Adriano Maini

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Vento di mare

Vento di mare, vento di terra, libeccio, grecale e via dicendo. Qui, nell'estremo ponente della provincia di Imperia, affacciati come siamo sul mare, siamo portati a considerare il vento un ospite abituale. Io, dal canto mio, non sono mai riuscito a imparare i nomi precisi dei vari fenomeni. Tant'è!

Di solito, insiste un vento di mare.

Che mi fa tornare in mente tante immagini e tante situazioni.

Pensando alla vicina Provenza, un dicembre di diversi anni fa con una Marsiglia veramente flagellata: dal sagrato di Notre Dame de la Garde sembrava che l'isolotto d'If venisse, insieme a tutte le memorie del Conte di Montecristo, da un momento all'altro inghiottito dalla furia del mare. E per associazione d'idee penso ad un vento (dei venti) che ha (hanno) altre provenienze e che quasi sempre si accompagna (accompagnano) allo scorrere tumultuoso di torrenti e di fiumi montani, il vento (i venti) che spira (spirano) nelle Alpi di Bassa Provenza nelle pagine di Pierre Magnan, dense di omicidi gotici, di personaggi comunque indimenticabili anche perché quasi tutti avulsi dallo scorrere della storia, dei variopinti colori di cime, foreste, prati, rocce, forre, giardini segreti; della natura e di pietre, pregne di storia, insomma.

Nel Ponente Ligure quasi in ogni stagione, invece, la furia del vento spinge il mare a devastare litorali di difficile, anche per l'incuria dell'uomo, ripascimento, spesso con conseguenze devastanti per gli stabilimenti balneari e per le stesse opere di fabbrica delle passeggiate a mare. Sul piano letterario pagine sublimi sugli effetti cangianti, di luce, di colore, di forma, del vento sul nostro mare ha scritto un insigne autore di questa terra, Francesco Biamonti.

Via Due Camini

Certe mie emozioni acquisiscono dimensioni particolari nel caso di racconti o romanzi, che delineano anche sommariamente, quasi per inciso, affidandosi alla cifra della memoria, certi angoli o certo vissuto di Ventimiglia (IM) e del Ponente Ligure. Soprattutto se scritti da un amico finalmente ritrovato o da chi non incontro più praticamente dai tempi della scuola. E, forse, il mio coinvolgimento è ancora più forte, perché sono libri da me scoperti e, quindi, letti, come mio solito, quasi trasognato, in ritardo. Chi scrive di Ventimiglia di solito non può prescindere dal mare. Dalle piccole baie, dalle calette, dalle rocce, sempre più numerose verso la frontiera. E c'è, tra gli autori cui ho qui solo accennato, chi sottolinea che, a esplorare e vivere questi paesaggi, e questo ambiente, una vera barriera con la Francia non vi sia mai stata. Ho anche rinvenuto una intrigante scansione, alla quale si affida un personaggio, di nomi di monti ben visibili dalla costa del Ponente Ligure. Per varie associazioni di idee è riemersa viva nella mia mente una giovanile serata di fine estate, un'escursione dalla Margunaira di Ventimiglia a Via Due Camini, una zona, questa, in discreta altura, che consente un'ampia panoramica, soprattutto sul mare. Non ricordo se entrammo nell'omonima trattoria, meta tradizionale per tanti anni di gite fuori porta, rimaste nel vissuto popolare, anche perché quell'esercizio da tempo è chiuso. Una serata fatta quasi di niente, se non del discorrere allegramente in compagnia salendo e ridiscendendo, dopo una breve sosta lassù, in città: ero ancora inconsapevole che l'età della spensieratezza stava finendo.

Jean Giono

La stima di Francesco Biamonti per questo grande scrittore della Provenza. Certe luci, certi colori, certe montagne di Manosque (dove dimorava stabilmente Giono, che però ambientava le sue opere di autentico grande livello in altre parti della Provenza e non solo) che ricordano il nostro entroterra in provincia di Imperia: e quella posizione geografica (solo per citare, la montagna della Lure, la Durance, la Bleone) trova a mio avviso in Pierre Magnan (forse per i più non eccelso autore, ma pur sempre amico di Giono) un sincero e convincente cantore. Di Giono dirò, infine, che con L'affare Dominici seppe condurre una coraggiosa inchiesta giornalistica dai toni elegiaci – purtroppo non coronata da successo – contro storture poliziesche e giudiziarie che si esercitavano proprio dalle sue parti. E mi preme ricordare ancora per contrappasso l'umanità di certi suoi gendarmi di metà Ottocento, che si muovevano a cavallo in notti di tregenda a ponente del Rodano...

Quella Ventimiglia pacifista!

Mi riguardavo una fotogafia relativa alla Marcia per la Pace in Vietnam Ventimiglia-Bordighera del gennaio 1973. Mi era stata mandata dal compianto N., cui ho già fatto più volte riferimento. Era a suo tempo comparsa nelle pagine locali di diversi giornali, ma non l'avevo più vista.

Credo, siano opportune alcune considerazioni di carattere sociale, morale e civile. Quella manifestazione – a noi e ad altri amici cara anche per l'impegno profuso per la sua buona riuscita –, come mi ricordava appunto N. (che poi in Vietnam c'era stato: e mi aveva anche inviato anche uno scatto che lo ritrae insieme al fratello su un carro armato americano, cimelio di quel conflitto), fu molto partecipata in termini quasi unici per la nostra zona.

Non fu di parte. I numeri stessi delle presenze lo attestano. Ma c'è di più, come cercherò di aggiungere tra breve. Intendo prima rammentare che la proposta venne fatta da esponenti di quel vecchio “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” della Resistenza dalla grande apertura mentale. E venne subito caldeggiata da diverse associazioni, anche cattoliche: le ACLI, ad esempio.

Ventimiglia, e tanti suoi degni abitanti per meglio dire, anticipavo poc'anzi. Giorni prima, il volantinaggio della notte della vigilia di Natale per chiedere la cessazione dei bombardamenti aerei USA sulle popolazioni civili del Nord Vietnam destava palpabile – ed anche istituzionale – commozione soprattutto all'uscita della Messa dalla Cattedrale.

C'erano già stati diversi altri fatti di piena comprensione umana, non solo verso il dramma del Vietnam, quasi in ideale collegamento con insigni figure del passato, quali quelle dei pescatori della zona che contribuirono (come ha ben documentato Paolo Veziano in “Ombre di confine”) a salvare verso la Francia tanti ebrei.

Certo. Ci sono state, dopo l'infame guerra di Indocina, altre guerre ingiuste. E nel Sud-Est asiatico libertà e diritti sono conquiste ancora tutte da inverare.

Ma è anche scemata di molto, ritengo, l'attenzione verso i fatti del mondo, con il paradosso che ora il mondo è sempre più vicino a noi.

Un modesto contributo alla memoria di Francesco Biamonti

Ritrovandomi anni fa, anche casualmente, in intenso pertinente conversare con alcuni amici, emergeva dalle parole di una gentile signora la sottolineatura che non tutte le vicende degne delle nostre terre hanno ottenuto adeguato risalto. Solo lo schizzo rapido del contributo arrecato dai civili alla Resistenza riempirebbe pagine e pagine di volumi! Situazione, purtroppo, credo, omogenea in tutta la Nazione, con l'aggravante, rimarcata in quel nostro piccolo dibattito, di un progressivo generale disinteresse verso la storia, quelle storie in particolare. Si tratta di una zona non solo di paesaggi minacciati dal cemento, ma anche di fulgide intelligenze, il nostro Ponente di Liguria affacciato sul mare: una stridente contraddizione, dunque, con la situazione reale. Oggi, per lo meno, mi rimane la consolazione di avere ricavato da quel nostro dialogo un'ulteriore conferma della notevole sensibilità umana di quel nostro grande scrittore, Francesco Biamonti, prematuramente scomparso circa vent'anni orsono, che con la sua arte maestra aveva anche saputo, come ha evinto più di un illustre commentatore, anticipare molte delle nuvole scure sul nostro orizzonte.

Cartoline dalla Norvegia

Qualche anno fa, incontrato (o, meglio, ripresentato) mentre era con un comune amico di Ventimiglia (IM) alla ormai scomparsa, causa spostamento a monte della linea ferrata, stazione di Oneglia, Aldo mi disse che ci eravamo conosciuti da giovani a Cipressa (IM): il sottoscritto, solito smemorato, non l'aveva in quel momento ancora messo a fuoco. Forse il primo impatto lo avevamo avuto a San Lorenzo al Mare, paese a levante, ai piedi della collina della Cipressa. Suonava, infatti, da giovane in un'orchestrina. Probabile che ci vedessimo e frequentassimo in quel periodo in entrambe le località. In occasione, di sicuro, di Feste de l'Unità. Ho visto spesso in seguito Aldo, uomo di grande simpatia, anche perché lavorava dalle mie parti. Mi aveva pure procurato cartine della Norvegia. Per dire della sua gentilezza. Ed almeno in un'occasione mi diede un passaggio in auto per attraversare Imperia: quando si dice il caso! Io, invece, una volta lo portai sotto una pioggia torrenziale da Bordighera al capoluogo, dove mi stavo recando per motivi familiari. Aldo avrebbe preferito tornarsene in treno. La mia guida in autostrada sotto quelle intemperie lo fece vieppù rimpiangere (credo!) di avere accettato il mio invito. Io, però, lo accompagnai quasi sin sotto casa. Gli accennai due o tre volte all'episodio, ma fu così gentile da darmi sempre risposte evasive e sfumate. Poi ci perdemmo di vista, perché cambiò lavoro o andò anche lui in pensione. Non avevamo mai pensato di scambiarci i numeri di telefono. Tanto ci si vedeva quasi tutti i giorni, mentre arrancava a piedi da Vallecrosia, dove aveva sede professionale, a Bordighera, o viceversa. Il mattino lo trascorreva in uffici ad Imperia. Mi mancano alquanto i suoi comici indovinelli, di cui avrà di sicuro ancora un'inesauribile scorta.

Missioni via mare del partigiano Corsaro

Come si desume dall’opera “MARTIRIO E RESISTENZA della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale” < Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare – Edita dal Comune di Ventimiglia (IM), 10 aprile 1971 – Tipografia Penone di Ventimiglia (IM) >, dopo lo sbarco alleato del 30 agosto 1944 sulla Costa Azzurra, il Comandante Partigiano Stefano “Leo” Carabalona indirizzava ai primi di ottobre di quell’anno da Pigna (IM), Alta Val Nervia, dove infuriava la lotta per la difesa della neonata Repubblica Partigiana dalla vita sin troppo breve, a Ventimiglia (IM), da Giulio “Corsaro” Pedretti e Pasquale Corradi, quattro militari anglo-americani, che dovevano raggiungere la zona liberata.

Si trattava, come in effetti si riporta anche qui, in “La missione Flap“, di PauI Morton da Toronto (Canada), Geoffrey Long da Pretoria, W. Mac Lelland da Lanark (Scozia) e Maurice R. Larouche da Detroit (USA). Come si potrà, forse, evincere da quanto accennato in “La missione Flap“, l’operazione aveva una sua complessità alle origini (questi alleati erano arrivati in provincia di Imperia dal Basso Piemonte, insieme ad altri che ripararono tra le loro linee attraverso le montagne; in entrambi i gruppi vi erano ex-prigionieri di guerra), ma anche nello svolgimento (un tragitto, quello da Pigna a Ventimiglia, compiuto in buona parte sulle colline, vestiti da contadini, accompagnati da un patriota, Pierino Loi, esperto dei luoghi.

Ed ancora, si può notare una rimarchevole lungimiranza dei partigiani – in ispecie di Carabalona e di Pedretti – per le iniziative clandestine, tenuto conto delle molteplici difficoltà; ad esempio, per Carabalona di essere in quel periodo anche a capo di un distaccamento della V^ Brigata “Garibaldi”, impegnata a combattere contro i tedeschi. Pedretti e Corradi riuscirono a condurre i militari alleati, di cui si é detto, di notte con una barca a remi a Montecarlo: primo forte episodio di buona riuscita all’insegna di intelligence partigiana.

Pedretti e Corradi passarono di lì a breve in forza al Comando Americano deIl’O.S.S. di Nizza, occupandosi, in interazione con il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia (IM), di collegamento fra truppe alleate e reparti partigiani, di raccolta e trasmissione di informazioni militari, di asilo, assistenza e smistamento dei componenti delle missioni alleate da e per l’Italia e dei partigiani che dovevano espatriare. Rientrati a Ventimiglia col materiale necessario, fra cui due radio ricetrasmittenti, ebbero base logistica negli appartamenti delle famiglie Pedretti e Corradi e di Renato Sibono, tenente di artiglieria. I collegamenti con le forze partigiane erano assicurati dal maggiore – a riposo – degli Alpini, Raimondo e dal figlio, che si spesero, anche assieme a Efisio Loi e Albino Machnich, nella raccolta delle informazioni militari. Le responsabilità e i rischi maggiori del Gruppo di Ventimiglia furono di Giulio “Corsaro” Pedretti, che cumulò alla fine della guerra una trentina di perigliose missioni via mare, quasi tutte con motoscafi forniti a quel punto dagli alleati. Ad esempio, il 6 gennaio 1945 guidò il mezzo che condusse il capitano Bentley (ed un suo sottoposto) davanti a Vallecrosia per adempiere, dopo trasbordo ed inoltro in montagna, alle funzioni di unico ufficiale alleato di collegamento con la Resistenza della provincia di Imperia. E fu attivo a marzo, quando si trattò di tentare di fare rientrare – in modo rocambolesco – la squadra che aveva portato in salvo a Nizza Stefano “Leo” Carabalona, ormai passato a responsabilità esclusive di informazione, ma gravemente ferito nel corso di una operazione clandestina a Vallecrosia. Infatti, dal resoconto di Renzo “U Longu” Biancheri in “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” di Giuseppe “Mac” Fioruccci:”Il nostro ritorno fu programmato subito con il motoscafo di Pedretti e Cesar, che doveva recuperare anche alcuni prigionieri alleati (5 piloti: 2 inglesi, 2 americani, 1 francese); ma il motoscafo in mare aperto andò in panne e non ne volle sapere di riavviarsi. Eravamo in balia delle onde; Renzo Rossi, “Corsaro” e Cesar sotto un telo, al chiarore di una lampada, rabberciarono alla meglio il motore. Quasi albeggiava e la missione fu annullata perché ormai troppo tardi“. Ed ancora, Renzo Biancheri: “Pochi giorni dopo, senza Achille (“Andrea” Lamberti) , che rimase a dirigere il Gruppo a Vallecrosia, effettuai con Girò un’altra traversata, accompagnando “Plancia” (Renato Dorgia) a prendere armi e materiale per i garibaldini. Il ritorno lo effettuammo con la scorta di una vedetta francese, che accompagnò il motoscafo di Pedretti. Vi furono momenti di apprensione perché da bordo della vedetta si udì distintamente il rombo del motore di un motoscafo tedesco, che, tuttavia, non essendosi gli occupanti accorti della nostra presenza, passò oltre“.

Alcune missioni alleate vennero, inoltre, prima e dopo gli episodi già messi in evidenza, facilitate dal manipolo di patrioti della città di confine, organizzato intorno a “Corsaro”, che ne accoglieva i com­ponenti, per poi fornirli di carte di identità e tessere annonarie – trafugate da un impiegato del Comune di Ventimiglia, Arturo Viale –, ed aiutarli a raggiungere Imperia dove in quel torno di tempo si fermava, causa bombardamenti, la ferrovia. Un altro riepilogo si rende necessario per fare il punto su un aspetto di questa attività patriottica di cospirazione. Dopo l’occupazione di Pigna (ottobre 1944) da parte dei tedeschi, sei partigiani del Comando della V^ Brigata, Stefano Carabalona (per l’appunto, che era in quel momento responsabile del S.I.M. – Servizio Informazioni Militari – di quel raggruppamento e, quindi, di tutta la zona di confine), Antonio Longo, Tullio Anfosso, Giulio Licasale, Luigi Gastaudo e Filatro si rifugiarono in casa Pedretti. Poco dopo vennero portati da Pedretti in Francia, dove si trasferirono anche alcuni componenti del Gruppo “Corsaro”: più precisamente nella villa Le Petit Rocher di St. Jean Cap Ferrat, sita nella baia di Villafranca, punto di riferimento alleato anche per il “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”.

Infatti, venne istituito un regolare servizio di rifornimenti di armi, medicinali e viveri per i partigiani italiani – e di esfiltrazione in Francia di ex-prigionieri alleati – tramite la S.A.P. (detta anche, come più volte sottolineato, Gruppo Partigiano Sbarchi) di Vallecrosia: un quadro di azioni, insomma, in cui si situano pure avvenimenti già citati, come il tragico ferimento di Carabalona.

Ed ancora: al Petit Rocher il Comando alleato aveva anche costituito una scuola sabotatori, frequentata da ventimigliesi, come Giuseppe Stroppelli e Giovanni Leuzzi, e vallecrosini, quali Ampelio “Elio” Bregliano e Renato “Plancia” Dorgia, questi ultimi appartenenti al più volte menzionato “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”.

Bevera

Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia (IM), nell’estremo ponente di Liguria.

Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi. Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi. Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa. Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato. Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più. Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bicicletta da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia, quelle che sgorgavano, come già accennato, tra le erbe profumate di una riva!

Da Saluzzo a Fontane

Tra le carte di famiglia ho di recente trovato una fotografia di un gruppo di persone davanti al Monumento ai Caduti della Grande Guerra di Cuneo, là in trasferta nel 1931 da Alassio, fotografia inviata da un partecipante con tutta probabilità a mio nonno materno.

Cuneo, per noi della Riviera dei Fiori, si può dire molto vicina, sì da sembrare banale diffondersi su memorie personali.

Rinvengo anche una cartolina, da me spedita all’epoca a qualche mio caro, dunque risalente a metà anni ’70, della vicina Boves. Da Wikipedia: “La città di Boves è tra le istituzioni decorate al valor militare per la guerra di Liberazione insignita il 22 luglio 1963 della medaglia d’oro al valor militare e il 16 gennaio 1961 della medaglia d’oro al merito civile per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale“.

Anche da Boves, non solo da Limone Piemonte, rigorosamente di settembre – prima non avrei potuto fare ferie (ed allora le potevo ancora usufruire non spezzate!) –, sono partito per girovagare per valli, borghi e case isolate, non escluse rapide puntate da amici a Torino. E mi sovviene un certo viaggio in autostop, compiuto ai primi di agosto del 1968, iniziato proprio attraverso località di cui qui sto dicendo!

Uno dei miei primi sconfinamenti nel Cuneese avvenne con una gita scolastica ai tempi delle medie inferiori, quindi, nei primi anni 1960, quando si arrivò sino a Saluzzo per ricalcare qualche orma di Silvio Pellico.

Non vale, certo, il concetto di prossimità per tutte le località della Provincia Granda.

Non ho mai viaggiato molto, per lungo tempo perché bloccato dagli impegni professionali. Oggi mi muovo poco, soprattutto perché miro a soddisfare la mia congenita pigrizia.

Rivedere e ripensare anche ad un passato non lontano geograficamente, come quello rappresentato da località della provincia di Cuneo, mi aiuta a misurare non solo spezzoni di vita, ma anche tanti aspetti di vita sociale e del costume.

Sono tanti ormai, ad esempio, abitanti di quelle zone ad avere casa, in genere seconda casa, su questo lembo occidentale di Liguria. Io stesso sono stato in affitto da persona di Boves, con la quale si finì per diventare amici. E fu emozionante ritrovarsi senza preavviso ad almeno una manifestazione di Partigiani.

Per associazione di idee di Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), per via di una ricorrenza, effettuata il 21 ottobre 2013, della guerra partigiana di Liberazione, il cui rilievo morale, civile, storico ritengo fuori discussione, ho un ricordo molto intenso, non solo per il valore morale e storico dell’avvenimento, ma anche per il ritrovarmi tra tante care persone. Un appuntamento preparato con cura e dedizione dall’amico Dantilio Bruno, tuttora Presidente della Sezione A.N.P.I. di Ventimiglia (IM), nato in quei pressi, come racconta in alcuni suoi libri (ed almeno la prefazione di uno di questi l'ho pubblicata anch'io).

Anche quelle volte di Cosio d’Arroscia, ancora in provincia di Imperia, ma in prossimità della parte centro-meridionale della Granda e, quindi, di Frabosa Soprana, volte connotate da quei miei qui preannunciati brevi soggiorni, comportarono, più per le visite che spesso ci venivano fatte che per altro, rapide escursioni ad Ormea, Garessio. Mondovì…

Per non dire della linea ferroviaria Ventimiglia-Cuneo, ripristinata nel 1979, di cui alcuni dei ponti distrutti dai nazisti alla fine della guerra vidi già da bambino.

Forse avrei ancora tanti singoli aspetti, legati in qualche modo a quella provincia, da illustrare prima o poi...

Quando io e Diego a Roma...

Mi torna in mente all'improvviso una mia presenza con Diego a Roma. Era stato per una manifestazione, di cui avevamo anche qualche immagine di gruppo che – tanto per cambiare! – non sono riuscito a rintracciare. C'era anche Alfredo Moreschi, il cui solo pensiero mi indurrebbe ad aprire altre parentesi e, magari, in tema di cortei riprendere a parlare di Milano. Il fatto é che, tornando a quella giornata di ottobre del 1991 – credo! – da cui sono partito, siccome la nostra comitiva andò a mangiare in un posto più o meno a sinistra nell'ultimo scatto, qualche mio fugace commento sui monumenti mi fece guadagnare dal salace, appunto, Alfredo, per la prima volta – come negli anni successivi da parte di altri colleghi, ma, ahimé per loro, in tono serio e convinto! – l'epiteto di... esperto di storia e di arte romane. Ma, forse, se ci ripenso, anche Alfredo non scherzava. Con grande soddisfazione, comunque, di Diego, sempre sensibile alle botte di vita. Perché Diego, di cui mi riprometto di dire di più e di citare, soprattutto se pesco fotografie adeguate, altre similari esperienze condotte insieme, a margine di impegni ufficiali, anche in Costa Azzurra, é la simpatia fatta persona. Poi la memoria difetta a entrambi, per cui, ad esempio, ricordiamo perfettamente di avere assistito circa trent'anni fa in un'afosa notte estiva all'aperto di un bar di Trastevere ad un colorito dialogo, quasi degno di Petrolini, tra tre simpatici emuli di Rugantino, ma non sappiamo oggi riportarne nemmeno mezza battuta. Per non dire delle gentili persone che, casualmente incontrate ad un convegno, invitarono me e Diego ad una simpatica cena all'aperto dalle parti del Gianicolo, nel corso della quale capitò di parlare di personaggi, della nostra provincia o che erano usi a passare qualche vacanza qui da noi in Riviera.