Adriano Maini

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Divagazioni su Collasgarba

Ho già scritto che mio padre, i nonni e gli zii abitarono da metà 1932 al 1940 sulla collina di Collasgarba in zona Nervia di Ventimiglia (IM). Più precisamente, che il nonno in quel periodo lavorò lassù. Mio padre, prossimo ad essere imbarcato sulla Regia Marina, era, in effetti, poco dopo lo scoppio della guerra in Alto Adige a fare il cameriere. Lo zio, destinato, purtroppo a morire in Russia, venne subito richiamato. L’altro zio, più giovane, non ancora precettato, lavorara come panettiere.

Il punto é che a Collasgarba c’era una grande azienda agricola, il cui sviluppo venne bloccato dalle traversie e dalle rovine del conflitto. Riproduco qui sopra la copertina di un numero della rivista specializzata, che veniva pubblicata da quella ditta.

A seconda delle versioni sentite in famiglia, il nonno, aiutato talora nei primi tempi dai figli più piccoli, si occupava di diverse cose, ma soprattutto accudiva diverse mucche, inoltre importanti per ricarvarne letame, ottimo concime per le piante.

Ci sono tanti aneddotti, relativi a quegli anni, di cui potrò riferire altre volte.

Aspettavo di ritrovare e sapere di più su quella bella azienda. Ma devo ancora aspettare.

Qualcosa sulla Costa Azzurra

Se la memoria non m’inganna la prima volta che oltrepassai il confine con la Francia fu a cinque anni a settembre 1955 per andare a trovare lo zio materno – ritratto nella soprastante fotografia alla sua partenza (o una ripartenza) da Ventimiglia (IM) per la sua destinazione di cui qui a breve –, zio che fece in quel periodo una stagione nella squadra di calcio di Grasse (Alpi-Marittime), i dirigenti della quale, essendo la medesima a livello dilettanti, gli trovarono colà anche un lavoro, di cui non ricordo niente, ma che probabilmente non aveva a che fare con la locale storica industria della profumeria.

Non rammento neppure bene se da Nizza a Grasse abbiamo viaggiato con lo storico Le Train des Pignes, in cui da adulto mi sono con interesse imbattuto in romanzi di miei prediletti autori transalpini.

Credo che proprio allora mi siano rimasti impressi per sempre nella mente i platani di Francia, che, a ben vedere, non sono diversi dai nostri, ma che ancora adesso, facendo un esempio, se li scorgo in qualche scena di un film, assumono ai mei occhi una connotazione particolare.

A Nizza avevamo quella volta anche salutato velocemente dei cugini di mio padre. Non sono mai riuscito a ricostruire la storia dell’emigrazione in Francia di tanti nostri lontani familiari. Neanche di quelli più vicini, come il nonno, raggiunto in Costa Azzurra al più presto sul finire – deduco! – dell’estate del 1931 da papà, zii e nonna.

Abitarono – dicevano mio padre e mio zio Dante – brevemente, prima del ritorno subitaneo in Italia, a Le Cannet.

Dove mio padre – di lui posso almeno documentare qualcosa – altrettanto brevemente andò alla scuola elementare. Con risultati approssimativi. Non poteva certo imparare in pochi mesi una difficile lingua straniera. Anche se in seguito si vantò sempre di parlare discretamente, tenendosi, va da sé, in esercizio, il francese.

In quella classe ebbe come compagno (mio padre nato nel 1921, questi nel 1922: la solita retrocessione di un anno per uno scolaro immigrato!) il futuro corridore ciclista Lucien Lazaridès, ma conobbe anche il di lui fratello Apo (magari i link su Wikipedia qualcuno se li guardi in francese, se preferisce!). Mio padre, che qualche volta da ferroviere incontrò ancora questi fratelli sui treni, mi diceva sempre che Lucien aveva vinto il Tour de France del 1946, mai omologato, ma che in qualche modo un tempo trovavo in qualche modo sottolineato da qualche parte, come anche mi confermò, essendo io ormai adulto, un vecchio appassionato di ciclismo dalle parti di Cannes: tant’é!

Centrale nelle mie prime esperienze di Costa Azzurra fu Cap d’Ail, dove abitava un cugino della nonna, il quale ci veniva spesso a trovare e che, inoltre, ci fece spesso da autista e da cicerone nei dintorni della sua cittadina, davvero incantevoli. A lungo ho pensato e magari penso ancora che sotto questi aspetti la Francia sia davvero Douce France, come cantava Charles Trenet.

Cerco sempre di attenermi ad un lieve tocco…

Volendo interrompere questa mia (forse) prima carrellata di specifici ricordi alla mia adolescenza, mi rendo conto che, pur abitando molto vicini alla frontiera, a Ventimiglia (IM), all’epoca non ero poi ancora andato tante volte di là…

Miano! Mio padre, mio zio, mio nonno di sicuro erano nati a Miano di Medesano in provincia di Parma, borgo più vicino a Fornovo Taro che al capoluogo. E chissà quanti altri avoli, prozii e lontani cugini! Da qualche tempo con mio cugino abbiamo ripreso a scambiarci foto e ricordi di famiglia, ma riusciamo a ricomporre vicende soprattutto per la parentela legata alla nonna, radicata anch’essa a quei luoghi.

Altre volte ho evocato su questi temi certe atmosfere e certi aspetti mutuati dal film “Novecento” di Bernardo Bertolucci. In proposito, mi sono dimenticato di citare a mio cugino la scena in cui un bambino va a “pescare” le rane, una scena incantevole nel racconto di mio padre, analogo protagonista poco prima – data la sua età – della sua emigrazione.

Già, l’emigrazione. Emigrazione dovuta – di successione in successione – allo spezzettamento dei poderi; emigrazione che ha disperso di più i Maini; emigrazione che ha visto tutti rendersi onore nella vita; emigrazione che ha comportato per la mia famiglia un maggiore coinvolgimento dei cugini della nonna, come é stato per l’approdo definitivo – dopo una brevissima stagione francese a Le Cannet – a Ventimiglia (IM) nel 1932.

Solo nel dopoguerra le nostre terre di origine conobbero il benessere diffuso.

C’era anche lo zio Bruno, disperso nella seconda guerra mondale a dicembre 1942 nella Sacca del Don. Morto in Russia come il cugino Sergio, della famiglia che aiutò i Maini a stabilirsi definitivamente in Riviera. E lo zio Bruno era figlio del primo matrimonio di nostro nonno, che – lui, appena scampato agli orrori del conflitto e destinato ad una lunga vita! – al termine, appunto, della Grande Guerra si era visto portare via dalla spagnola la moglie ed una figlioletta: quando si dice il destino!

Queste note mi portano con la mente lontano, a curiosi aneddoti, pertinenti la vita in Miano dei nostri genitori e rinfrescati di recente con mio cugino...

Li avevo persi di vista da anni… L. veniva a scuola in pullman da un paesello e come tanti adolescenti pativa quel tipo di locomozione. Cambiò per l’Istituto di Ragioneria, nel quale conseguì una sorta di borsa di studio per frequentare un anno di scuola (validato) in America ai fini di fare pratica di inglese. E all’epoca un po’ di invidia la provai. Anche perché ai liceali quei percorsi erano forse preclusi. Laureato, era ancora timido in pubblico, sì da chiedermi se poteva venire a presentarmi in qualche comizio nell’entroterra: per farsi le ossa a parlare in pubblico. Di sicuro più tardi, se non prima, frequentò N. e S. Divenne manager, prima in banca (lo incontrai per caso davanti al Duomo di Milano), poi in un’industria. Quando lavoravo ancora lo vidi di sfuggita qui in Riviera. E mi persi in seguito i suoi numeri di telefono. Negli ultimi tempi ci siamo rivisti, ma sempre di fretta… P. non credo abbia mai conosciuto gli altri di cui accenno. Era creativo ed estroso già da ragazzo. Per lui i viaggi in autostop erano una dimensione esistenziale. Mi lasciai coinvolgere, se non proprio da lui, da altri amici, ma si era tutti assieme a fare squadra, in quello che per me fu un mezzo viaggio, comunque interessante, ma per lui e per B. un giro in mezza Europa. Oggi é un versatile artista affermato. Poeta, anzitutto. Ecco, lui l’ho un po’ recuperato tramite Facebook. G., anch’egli come P. di immigrazione siciliana, faceva il frontaliere nel Principato, quindi si alzava prima dell’alba, ma non mancava mai alle discussioni ed all’impegno del tormentato inizio anni ’70. Una sua leggera operazione mi fece conoscere, da visitatore, l’Ospedale di Monaco. Protagonista di un memorabile viaggio in auto (cui non potei partecipare perché decisamente impegnato sul campo) in Francia con N. e S., dai cui resoconti ho attinto molti particolari per le mie storie. Conobbe una bella granatiera di norvegese che felicemente sposò. E fece il tranviere ad Oslo. Lui l’ho intravvisto a Ventimiglia già pensionato, con splendidi figlioli e matrona ancora più radiosa. “Ci vediamo.”. “Quando torno, ci sentiamo!”. I saluti ce li scambiamo tramite i suoi fratelli. Quando capita. Ma poi ci siamo rivisti più spesso, si può dire ogni anno. E tante vicende e tanti amici abbiamo rivisitato con i nostri discorsi appassionati. Soprattutto mi ha fatto conoscere buona parte della storia affascinante della famiglia di M.P., la prima moglie di N., venuta ad abitare dopo la pensione nei nostri luoghi, e che G. passa a trovare ogni volta che scende in Riviera. N., d’immigrazione dal Polesine (e al secondo matrimonio di S. mi raccontò di sue ricerche storiche locali), faceva il bracciante nella campagna epicentro de “La curva del Latte” di Nico Orengo. Alle due di notte teneva testa a Francesco Biamonti in quelle lunghe discussioni nelle quali il romanziere di San Biagio della Cima, che non aveva ancora esordito come tale, dimostrava una sua grande dote, mai appieno oggi rammentata: la sua grande signorilità. N., dalla grande dialettica e dalla grande erudizione da autodidatta, conobbe una graziosa insegnante di Milano, la M.P. cui ho già accennato. Ne conseguirono l’amore e il trasferimento a Milano. In una di queste tappe, forse quella definitiva, lo accompagnammo io e S. Gustoso l’episodio delle strelitzie, da lui portate alla fidanzata, che, dimenticate a mollo, stavano per trasbordare dalla vasca da bagno. N. vinse un concorso pubblico, studiò pur lavorando, conseguendo via via diploma magistrale e laurea. E di conseguenza salì, mediante concorsi, i gradini di una onorata carriera, in diversi comuni dell’hinterland della metropoli lombarda. Ma quel suo amore di gioventù finì già diversi anni fa. Otto anni fa ho rivisto anche lui. Da allora ci siamo rifrequentati ogni volta che è tornato a Ventimiglia (IM). N., che mi ha fatto conoscere parte dei materiali da lui raccolti per la sua poderosa tesi di laurea, dedicata alle lotte dei braccianti del Polesine nel secondo dopoguerra. Ed autore di almeno un intrigante romanzo, di cui mi donò copia, presentato anche a Ventimiglia (IM) da un altro amico di gioventù, B.E., in un incontro pubblico di cui non avevo recepito notizia, perché quando lavoravo ancora mi facevo sfuggire troppi eventuali appuntamenti per me allora di carattere privato. Eppure ero già in pensione da poco quando N. era sceso da Milano per relazionare a sua volta su di un libro. Per me doppia occasione persa in quel caso. Trattandosi di memorie di carattere sociale sulla Ventimiglia di poco precedente la seconda guerra mondiale, su Ventimiglia durante il conflitto (bombardamenti, antifascismo, padre e figlio ebrei tragicamente catturati per i campi di sterminio), su Ventimiglia della ricostruzione e di pochi anni dopo ancora (con tante persone che pur ho conosciuto o di cui ho sentito le vicende, spesso affascinanti, come quella di Libero Alborno, uomo non poi troppo rivisitato da Nico Orengo nel suo “La curva del Latte“, quando lo rende come protagonista principale). Perché autore di questo lavoro è C., quel C. che proprio insieme a N. fu determinante per farmi entrare in politica. N. mi aveva confermato che al secondo matrimonio di S. c’era anche L., che non compare, perché arrivato in ritardo da Milano alla cerimonia, nelle fotografie di quel giorno, in cui, invece, si può notare che facciamo gli spiritosi io, lui e S., con T. tutto serio, ma senza la… sposa. N. mi aveva, inoltre, integrato la vicenda familiare della sua prima moglie, in parte confluita in un bel libro, scritto poco tempo fa da MP. N. mi aveva autorizzato, facoltà di cui mi sono avvalso più volte e mi avvalgo tuttora, a trascrivere suoi pensieri e suoi ricordi. Purtroppo è deceduto l’anno scorso… Storie un po’ così.

#Piazza d'Armi

Oggi Piazza d’Armi di Camporosso (IM), Camporosso Mare per la precisione, risulta occupata, a farla breve, da strade, case e da un bel giardino pubblico. Il nome con cui é stata lungamente conosciuta l’area in questione riporta agli anni prima dell’ultima guerra ed alla finitima Vallecrosia, proprio lì affacciata come confine occidentale, Vallecrosia dove erano collocate molte caserme: ma questo é un lato della questione che porterebbe lontano, comunque, alla necessità di approfondimenti. Per circa vent’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, quello spiazzo é stato occupato da quello che a lungo (quello di Bordighera sul Capo credo non fosse a caso destinato ai tornei giovanili) fu l’unico campo di calcio regolamentare della zona di confine. Non sono poi in tanti, tra le persone che frequento, a ricordarsi di tutto questo: eppure qualche fotografia gira ancora, soprattutto su Facebook. Tra il detto ed il vissuto – da bambino e da adolescente abitavo abbastanza vicino – emergono tanti ricordi di fatti curiosi, dai quali vado ad estrapolare un episodio che mi é stato raccontato da poco. Alla svolta anni ’60 guardava – in tribuna, mi viene da supporre – una partita in casa della Ventimigliese un signore ormai anziano, alto, robusto e dalla voce tonante, che ben avevo conosciuto per amicizie di famiglia. Gli si avvicinò un autista in livrea che gli disse che il suo titolare, assiso in autovettura, avrebbe desiderato parlargli: al che l’omone rispose che prima avrebbe guardato finire la gara. Fu grande il suo stupore di ritrovare infine ad attenderlo pazientemente l’ufficiale, al quale aveva salvato la vita durante la Grande Guerra, ancor di più nel riscontrare che era ormai un famoso magnate italiano dell’industria. La vicenda proseguì con aspetti qui ininfluenti, credo.

Non ho chiesto al mio interlocutore, genero di quella persona, come fosse stato possibile quell’avvistamento a distanza, ma me lo sono immaginato, come in parte ho ricostruito nella mia stesura, alla quale devo aggiungere il particolare di un muro basso, solo sormontato da un’alta rete per trattenere le pallonate.

E fuori dal football ne ha viste tante altre cose la vecchia Piazza d’Armi, luogo destinato ai circhi – ce n’erano ancora tanti in quegli anni e non arrivavano solo d’estate – e, sotto Natale, ai Luna Park. Tanto é vero che chi come me di tanto in tanto andava in settimana a scorazzare su quel brullo terreno, spesso lasciato incustodito dalla società, ne vedeva le pessime conseguenze. Insomma, da quelle parti tirava aria di pionierismo di ritorno, anche perché la Ventimigliese anteguerra aveva un bel campo negli attuali Giardini Pubblici della città di confine …

Ad Aubagne

Questa volta il racconto di quella mia esperienza del 1983 lo faccio più breve... Perché, finito il mio vero e programmato impegno, mi ritrovai a bere una volta (come si suol dire) nel bar della “Mamma dei Legionari”!

Sì, la cosa non mi parve, e non mi pare tuttora, solo pittoresca, come me la descrivevano i miei amici di quella sera. Cercherò di rendere al meglio il concatenarsi di fattori, ma non é facile: descrivere non é come trovarsi dal vivo in quelle scene una dietro l'altra.

Intanto, non sapevo che a Aubagne ci fosse la Legione Straniera. Mi sembra che anche oggi ci sia la sede del comando generale, dove avvengono gli arruolamenti; e non farò deviazioni dal racconto principale riferendo nei dettagli come, ironia del caso, poco tempo dopo qualche giovane di mia conoscenza (non metto aggettivi di sorta!) si arruolasse tra quei mercenari. Il vero fatto perturbante per me era trovarmi vicino ad uno dei simboli più spietati delle repressioni coloniali: sì, il film “Beau Geste” con Gary Cooper da ragazzino mi era anche piaciuto, ma la storia documenta una realtà diversa di soprusi e di crudeltà.

A seguire mi si accennò quella sera ad una matrona, che mi limiterò a definire di forme e fattezze esuberanti e di non tenera età. Si trattava della padrona dell'esercizio, che si era meritata l'appellativo di mamma dei legionari, perché il suo locale era il ritrovo preferito da quei presunti militari, che in lei trovavano attenzione, calore umano e parole di conforto.

Non c'era molta gente, a parte noi tre, forse perché, essendo già un po' tardi, la ritirata in caserma era già suonata; forse per questo motivo i miei accompagnatori non trovarono di meglio che invitare tanto personaggio al nostro tavolo, come se fosse un rituale folcloristico cui io dovessi assistere per forza. E la signora venne e mi pare dicesse le solite parole di circostanza sull'Italia e quanti italiani erano stati ed erano nella Legione e così via.

Poi ebbe come un lampo, si allontanò un attimo, sempre accompagnata dai sorrisi sardonici (che non l'avevano mai abbandonata!) dei miei anfitrioni, per tornarsene trionfante per esibire soprattutto a me (i miei amici lì, é chiaro, se non erano di casa, poco ci mancava: se per “spiare” o per divertirsi invero amaramente guardando le miserie del mondo, non lo so!) una copia di una rivista popolare italiana che l'aveva “immortalata” con almeno tre pagine, corredate di varie fotografie, in quanto consolatrice di quei poveri giovani abbandonati che sono i legionari: la “Mamma dei Legionari”, insomma!

Si da il caso che tra la guida spericolata di cui ho già detto, un mangiare affrettato fatto non so più dove e qualche sorso di grappa (sì a me sembra ancora adesso grappa, mentre in Francia c'é dell'ottimo cognac che é un vero medicinale), servita in precedenza da una cameriera, io da un po' ormai, ad usare un eufemismo, avevo del mal di testa. Per cui non riuscendo a sottrarmi in modo elegante ad una situazione per me un po' equivoca, mi andai ad inibire la tranquilla visione di una serie di vere chicche che quel locale riservava, che io vedevo solo da lontano, perché non potevo allontanarmi dalla “celebrità locale”: vale a dire ritagli di giornale dedicati e fotografie autografate di vari protagonisti dello sport francese, che a quanto pare non avevano manifestato scrupoli di coscienza nel lasciare là delle tracce.

Milano: Basilica di San Nazaro in Brolo