Non mettermi davanti agli occhi la croce Signore
che sia io stesso il legno che infligge il martirio
rendi duro il mio cuore come il ferro dei chiodi.
Che sia la mia casa il deserto
la riarsa e infeconda pianura.
Non chiedo per me la pazienza di Giobbe,
che io sia invece la piaga che sfianca
il fiume che si tinge di rosso,
il morbo che smagrisce le vacche.
Solo così potrei presentarmi ai tuoi occhi,
con le mani sporche di sangue e di fango
che di altro io non son degno.
Che tu possa accogliermi e non perdonarmi,
ché sotto il tuo sguardo è il castigo degli empi.
Di più non ti chiedo Signore,
perché contro di te ho peccato.
Solo a me basterebbe
dalla tua mano esser schiacciato
ché solo così forse troverei una terra,
io che sono nato straniero.
Scomparire sotto i pulviscoli agli angoli della stanza
Scomparire all'ombra dei battiscopa
Scomparire tra le pieghe delle mattonelle
Scomparire tra le ragnatele che pendono dal tetto
Scomparire nella plafoniera
Scomparire sotto la sedia
Scomparire, scomparire, scomparire.
Ma ancora mi trattengo sulla soglia,
su questo limine disatteso.
Mi salverà la vergogna, forse, dalla nullità del tutto.
Mi ritrovo, come sempre,
dietro un vetro
a fissare chi sono io, chi ero,
questa vita che non torna,
questo tempo vuoto.
Ma erano i miei questi occhi
che ti guardavano teneramente,
queste mani, che tenevano le tue,
e che cos’è quest’aria
che respiravamo insieme?
Non la riconosco più,
non trovo più la strada,
e non ricordo dov’è casa mia.
Ciò che era nostro ci divide,
e i sentieri che ora percorriamo
dove ci conducono –
se sempre uguale è l’orizzonte,
se le ombre si allungano
sempre nella stessa direzione,
e tutti uguali i cartelli ci ricordano
di non esserci mai mossi
Eppure non ci troviamo,
in questa spaventosa pianura desolata,
non ci troviamo più,
e ci dispera la notte
che si vede già oltre le colline.
Ci seppelliscono le stelle,
questo cielo insensato,
questo cielo di luci morte,
che guardavamo una volta,
e ci sembrava familiare.
Che la freccia scoccata
sul manto della notte
ti indichi la via.
Io cercherò la mia
tra le pietre e i lombrichi
che escono dopo la pioggia.
Oggi la mia pipa si è bucata.
una pulizia troppo frettolosa, chi lo sa.
Un po' incredulo
l'ho rigirata tra le mani.
“Ha vissuto bene” – ho pensato.
Eppure dentro di me
una punta di tristezza si è annidata,
un dolore sordo e impercettibile.
“Anche questa è andata”.
Ti scrivo una poesia ancora,
forse l'ultima, chi lo sa,
d'altronde, che altro potrei dirti?
Se l'amore ha ancora un senso
(e non ne ha)
Come posso resistere ormai,
tesoro mio, se c'è la guerra,
se bruciano i tetti delle case,
se siamo tutti soli e sconosciuti
su questa terra?
Leggo e rileggo un dispaccio stropicciato;
sul foglio, con una grafia
inclinata che conosco
– sapevo già scrivere così
alle scuole elementari -
qualcuno ha scritto:
“È colpa mia”.
Immenso amore mi muove
smisurato amore che mi abita
nell’animo profondo
come l’abisso del mare:
e non basterebbero le particelle del cosmo
a misurarne la grandezza;
simile a Dio, ovunque in ogni cosa,
tra gli uomini
che camminano su questa terra
guastata dal sole.
È gravoso avvicinarsi al tuo amore;
ogni passo è zoppicante
e spezzano la schiena le salite, le solite scale…
È gravoso guardare nei tuoi occhi,
quel fondo nero che spalanca il senso sul tuo abisso,
sulla morte che porti nei solchi del tuo bellissimo viso,
quella smorfia, ai lati della bocca,
che tradisce l’assurdo disgusto per la vita
e la più disperata ricerca d’amore.
Gravoso, con te, è ogni giorno,
ogni minuto, ogni istante
di questa insensata sofferenza,
e come sfuggire dall’ombra
se sei tu, amore mio, che in essa mi trascini?
A volte tentando il mio sguardo – seduzione di Euridice,
altre, invece, con la foga della belva
che conduce alla tana la sua preda.
Eppure è nel punto più profondo della notte che ti amo,
ma come avvicinarsi a te
se sei tu la mia condanna estrema,
il mio perenne inverno,
lo sfiorire della luce dei giorni,
il silenzio della mia anima,
lo scandalo di un bene che non consola?
Dio mio, accogli questa semplice preghiera:
insegnami ad amarla con dolcezza e tenerezza,
fammi dimenticare ogni miseria che mi affligge,
permettimi di stare accanto a lei
come le statue della Vergine stanno nelle chiese:
discrete e mute, presenti e incorruttibili.
Donami il loro sguardo premuroso,
il bene disinteressato della madre,
svuota da me stesso la mia anima,
fammi dimenticare di esser stato, una volta, figlio.
Concedimi di essere niente,
sarebbe altrimenti insopportabile la sua luce,
la durezza della sua presenza,
la gravosità della sua anima.