Diario del naufragio

(...) Possa io sparire perché le cose che vedo, non essendo più le cose che io vedo, divengano perfettamente belle. (S.W.)

Non mettermi davanti agli occhi la croce Signore che sia io stesso il legno che infligge il martirio rendi duro il mio cuore come il ferro dei chiodi. Che sia la mia casa il deserto la riarsa e infeconda pianura. Non chiedo per me la pazienza di Giobbe, che io sia invece la piaga che sfianca il fiume che si tinge di rosso, il morbo che smagrisce le vacche. Solo così potrei presentarmi ai tuoi occhi, con le mani sporche di sangue e di fango che di altro io non son degno. Che tu possa accogliermi e non perdonarmi, ché sotto il tuo sguardo è il castigo degli empi. Di più non ti chiedo Signore, perché contro di te ho peccato. Solo a me basterebbe dalla tua mano esser schiacciato ché solo così forse troverei una terra, io che sono nato straniero.

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Scomparire sotto i pulviscoli agli angoli della stanza Scomparire all'ombra dei battiscopa Scomparire tra le pieghe delle mattonelle Scomparire tra le ragnatele che pendono dal tetto Scomparire nella plafoniera Scomparire sotto la sedia Scomparire, scomparire, scomparire.

Ma ancora mi trattengo sulla soglia, su questo limine disatteso.

Mi salverà la vergogna, forse, dalla nullità del tutto.

rothko

Mi ritrovo, come sempre, dietro un vetro a fissare chi sono io, chi ero, questa vita che non torna, questo tempo vuoto. Ma erano i miei questi occhi che ti guardavano teneramente, queste mani, che tenevano le tue, e che cos’è quest’aria che respiravamo insieme?

Non la riconosco più, non trovo più la strada, e non ricordo dov’è casa mia. Ciò che era nostro ci divide, e i sentieri che ora percorriamo dove ci conducono – se sempre uguale è l’orizzonte, se le ombre si allungano sempre nella stessa direzione, e tutti uguali i cartelli ci ricordano di non esserci mai mossi

Eppure non ci troviamo, in questa spaventosa pianura desolata, non ci troviamo più, e ci dispera la notte che si vede già oltre le colline. Ci seppelliscono le stelle, questo cielo insensato, questo cielo di luci morte, che guardavamo una volta, e ci sembrava familiare.

Che la freccia scoccata sul manto della notte ti indichi la via.

Io cercherò la mia tra le pietre e i lombrichi che escono dopo la pioggia.

friedrich

Oggi la mia pipa si è bucata. una pulizia troppo frettolosa, chi lo sa. Un po' incredulo l'ho rigirata tra le mani. “Ha vissuto bene” – ho pensato. Eppure dentro di me una punta di tristezza si è annidata, un dolore sordo e impercettibile. “Anche questa è andata”.

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Ti scrivo una poesia ancora, forse l'ultima, chi lo sa, d'altronde, che altro potrei dirti? Se l'amore ha ancora un senso (e non ne ha) Come posso resistere ormai, tesoro mio, se c'è la guerra, se bruciano i tetti delle case, se siamo tutti soli e sconosciuti su questa terra? Leggo e rileggo un dispaccio stropicciato; sul foglio, con una grafia inclinata che conosco – sapevo già scrivere così alle scuole elementari - qualcuno ha scritto: “È colpa mia”.

soldato morente

Immenso amore mi muove smisurato amore che mi abita nell’animo profondo come l’abisso del mare: e non basterebbero le particelle del cosmo a misurarne la grandezza; simile a Dio, ovunque in ogni cosa, tra gli uomini che camminano su questa terra guastata dal sole.


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È gravoso avvicinarsi al tuo amore; ogni passo è zoppicante e spezzano la schiena le salite, le solite scale… È gravoso guardare nei tuoi occhi, quel fondo nero che spalanca il senso sul tuo abisso, sulla morte che porti nei solchi del tuo bellissimo viso, quella smorfia, ai lati della bocca, che tradisce l’assurdo disgusto per la vita e la più disperata ricerca d’amore. Gravoso, con te, è ogni giorno, ogni minuto, ogni istante di questa insensata sofferenza, e come sfuggire dall’ombra se sei tu, amore mio, che in essa mi trascini? A volte tentando il mio sguardo – seduzione di Euridice, altre, invece, con la foga della belva che conduce alla tana la sua preda. Eppure è nel punto più profondo della notte che ti amo, ma come avvicinarsi a te se sei tu la mia condanna estrema, il mio perenne inverno, lo sfiorire della luce dei giorni, il silenzio della mia anima, lo scandalo di un bene che non consola?

Dio mio, accogli questa semplice preghiera: insegnami ad amarla con dolcezza e tenerezza, fammi dimenticare ogni miseria che mi affligge, permettimi di stare accanto a lei come le statue della Vergine stanno nelle chiese: discrete e mute, presenti e incorruttibili. Donami il loro sguardo premuroso, il bene disinteressato della madre, svuota da me stesso la mia anima, fammi dimenticare di esser stato, una volta, figlio. Concedimi di essere niente, sarebbe altrimenti insopportabile la sua luce, la durezza della sua presenza, la gravosità della sua anima.


AgnusDei

Di tutte le illusioni forse questa è la peggiore - credere che ancora qualcuno può toccarti senza incrinare il ghiaccio che ti regge, e frantumarti.


Munch - The Kiss of Death