Havel Havalim

"Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto " (Qo 2, 16)

Sul traliccio dell'antenna si posa spesso un passerotto, canta rivolto verso i rami; un pigolìo insistente fa controcanto all'eco di cani che abbaiano lontani. Nel frattempo qualche passo un vocìo, la vanghetta di mio padre che scava dentro un vaso una voce che mi chiede: “Spostati, lasciami passare”. In sottofondo, dietro la finestra, la voce di trombone di un telegiornale. “Vieni! E' pronto da mangiare!” “Arrivo! No, non tardo!” “Sbrigati, non farti più aspettare!” (Gran Dio, sottovoce maledico tutto il tuo creato - libera il mondo dal tormento, dall'interminabile ci ci dell'uccello appollaiato)

Stasera, pur scrivendo cose a caso, vorrei giusto un pochettino sbottonarmi e dire un po' la mia: parole in libertà. Dare sfogo libero a tutto ciò che sento, eppure pare un vezzo, un capriccio un artifizio letterario si direbbe, una posa, uno scherzo avanguardistico. Già vedo quelle pagine ingiallite delle autorevolissime riviste letterarie (che non sfogliai mai se non per noia) “un non più giovanissimo che si atteggia a parvenu”, “un provocatore poco attento alla critica recente” “vorrebbe provare ad imitare il Palazzeschi, eppur rispetto a lui non vale proprio niente”. Ebbene lo sapete che non avete torto, che io non son poeta, ma uno che soltanto, giochicchia con i versi, si inventa saltimbanco. Nevrotico, ansioso, nevrastenico, depresso: autoritratto del perfetto perdigiorno, seduto sul divano, in mano un taccuino, sproloquio col pennino, l'inchiostro blu regale, sulle pagine rigate del quaderno comprato dal cinese, nemmeno tanto male. Ed ecco allora che comincio la mia arringa, la mia rude accusatoria (non temete, sarò breve), dunque ecco, m'appresto, inizio... ebbene... Volevo dirvi, in confidenza, che vi odio. Sì, vi odio e vi detesto, piccole formicole meschine che andate per il mondo a testa alta, e quel nasino che tenete in mezzo agli occhi via lo tirerei a colpi di tenaglia. La lingua la farei a gomitolo di spago, gli occhi caverei col cavatappi, col coltello squarcerei le ventra il petto le viscerei farei lacerti e strappi. Infin m'accanirei sull'anima canaglia, – che gioia profanare l'astuzia metafisica! - nell'acido cloridrico fino a farla ribollire, ah che godimento che gran soddisfazione mentre tra le urla finisce di soffrire. Tutti quanti vi sterminerei, ometti fastidiosi, arroganti come pochi, ottusi assai seriosi: vorrei mondare il mondo e riempirlo solo d'odio, di rancore, di rigurgito, di rabbia assai blasfema, fondare con il sangue un nuovo ordine mondiale, acclamare un solo Re, un solo Imperatore, un santo unico Dio: Io, Io, Io, Io.

Chissà se mi riconosceresti ancora, se ancora sentissi rivibrare quelle risa, di un'adolescenza tarda che non vuol svanire, e l'incoscienza che riempiva le giornate, solo lei era l'illusione che ci faceva vivere la vita. I tuoi occhi erano già incrostati di tristezza eppure non me ne avvedevo, una sola strada era dinnanzi: quella, era la mia, di nessun altro. Eppure, eppure... Non volli, non seppi, davvero, non ne fui capace, non potevo leggere nel labbro che talvolta pendulo incrinava in uno schianto la giornata. Mi consolava vivere come un bimbo sordomuto, eppure tu m'amavi, e non te ne accorgevi che di me amavi sempre tutto quello che non ero: ti piaceva immaginarmi vate, inebriato dall'altezza, dall'aria rarefatta di montagna, che getta gli occhi sbieca su questa terra desolata, dove vorrei adesso ogni ventre rinsecchito, ogni vita sul nascere spezzata, pensavi forse che le mie parole fossero arabeschi intrecciati come le colonne e gli archetti di Granada (mi piace tanto la letteratura, ho sempre amato fingere di dire tutto quello che non seppi) e davvero ci hai creduto che sapessi leggere le pagine dei libri, quando con il dito scorrevo sulle righe per non perdere il segno, la parola, così dura, così difficile da ripetere e da dire. Questa ingenuità te la perdono, angelo mio, tu non avevi colpa, non c'è peccato nell'essere ingannata anzi ancora adesso è quella parola che rimpiango, quello sguardo perso al di sopra degli scogli (che mai, mai, mai, ho amato, aguzzi e spogli richiudevano la vista delle onde e toglievano il respiro) quella tenerezza che raccoglie tra le dita, a strapparla un po' per gioco, la bianca margherita.

Seduto sulla soglia di un balcone, finestra, palco, sopra il mondo, mi perdo nel tranquillo e pigro sole, odo urla di bambini, e cinguetii, e cani lamentosi in lontananza, qualche ombra si allunga sull'asfalto e mi rammenta un rancore antico, un sentimento di solitudine e distanza. Guardo due ragazze camminare con un cane, parlottare tra le erbacce gialle e secche, e più le osservo e più ripenso al dolore che mi dice di non saper più niente. Chi sono io? Non ho voce da prestare a racconti e confidenze; non conosco più nessuno e non ho voglia di sapere cosa fa la gente. Se scendo in strada mi manca dove andare, anche se credevo di saperlo, o forse mi ingannavo (chissà), magari lo sapevo veramente, ma era così bello aver qualcosa da scordare. Così resto in ciabatte, immobile sull'uscio dell vita. Davvero troppo pigro per uscire, troppo offeso e vile per rientrare.

Ho accumulato i miei giorni come fossero documenti impilati. Mi fermo a rileggerli spesso: pieni di quisquilie, farneticazioni, cavilli. Su ogni foglio imprimo col timbro: “SPRECATO” Ne arrivano spesso di nuovi ma nel contenuto son sempre gli stessi. A cosa serve rileggerli ancora? Il timbro lo metto sulla fiducia, son sicuro, di certo non sbaglio. Eppure avrei tanto voluto esser poeta, vivere sempre da innamorato. Pare però che il cielo non volle. Pazienza. Starò qui a sbrogliare scartoffie con la sterile passione dell'impiegato.

Sempre un po' più in là sulla strada sognata dell'utopia

Perché la tua infelicità è la tragedia mia.

Vedete? Come posso essere poeta? Se del poeta qualcosa mi compete è solo la mancanza, l'inconsistenza futile del verbo, il trasporto falso, la dubbia ispirazione, lo sguardo un po' immodesto. Tuttavia, se ciò lo tralasciamo, mi manca tutto il resto.

Poeti che scrivete poesie lunghe cosa avrete mai da raccontare? Vi piaccion le parole, il loro suono, forse le metafore, le anafore, le rime molto chiare. No, troppo banali, è ovvio che voi preferite la durezze dell'allitterazione, il tono stridente che trafigge, infligge e offende, o quelle allegorie – se ci pensate un poco - così vecchie e consumate: il mare è il cielo della terra, le fronde al vento, il lume fioco, girovaghi fantasmi che vivono nei libri tra le pagine e gli spasmi di poeti altri che non voi, e voi, poeti d'altri, declamerete ad altri i vostri versi, queste parole messe in fila, questa prosa con gli “a capo”. E forse allora giungerà lo sbuffo, lo sbadiglio, il tradimento della noia, com'è giusto, in fin dei conti. Così breve il tempo, a cosa serve riempirlo di parole? Allora anche io, complice del gioco, qui mi taccio e ad altri ancora cedo la parola Quello che intendevo non lo posso dire, ma non me ne dispiaccio. D'altronde non mi servon questi versi per poterlo udire sulla porta mentre strozzo in gola questo pianto. M'accartoccio solo a ripensarlo. L'anima rinsecca come stelo al sole, muto mi ripiombo nell'orrore del suo canto.

Vorrei tanto vivere ma mi sono perso tra i sentieri di Dio. (Ma questo gran re indifferente e malconcio, non son forse io?)

Leggere tomi su tomi scorrere gli occhi su parole sfuggenti e infine sfracellarsi sulle scogliere della mente. Possedere tutto e non afferrare niente.