Havel Havalim

"Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto " (Qo 2, 16)

Sempre un po' più in là sulla strada sognata dell'utopia

Perché la tua infelicità è la tragedia mia.

Poeti che scrivete poesie lunghe cosa avrete mai da raccontare? Vi piaccion le parole, il loro suono, forse le metafore, le anafore, le rime molto chiare. No, troppo banali, è ovvio che voi preferite la durezze dell'allitterazione, il tono stridente che trafigge, infligge e offende, o quelle allegorie – se ci pensate un poco - così vecchie e consumate: il mare è il cielo della terra, le fronde al vento, il lume fioco, girovaghi fantasmi che vivono nei libri tra le pagine e gli spasmi di poeti altri che non voi, e voi, poeti d'altri, declamerete ad altri i vostri versi, queste parole messe in fila, questa prosa con gli “a capo”. E forse allora giungerà lo sbuffo, lo sbadiglio, il tradimento della noia, com'è giusto, in fin dei conti. Così breve il tempo, a cosa serve riempirlo di parole? Allora anche io, complice del gioco, qui mi taccio e ad altri ancora cedo la parola Quello che intendevo non lo posso dire, ma non me ne dispiaccio. D'altronde non mi servon questi versi per poterlo udire sulla porta mentre strozzo in gola questo pianto. M'accartoccio solo a ripensarlo. L'anima rinsecca come stelo al sole, muto mi ripiombo nell'orrore del suo canto.

Vorrei tanto vivere ma mi sono perso tra i sentieri di Dio. (Ma questo gran re indifferente e malconcio, non son forse io?)

Leggere tomi su tomi scorrere gli occhi su parole sfuggenti e infine sfracellarsi sulle scogliere della mente. Possedere tutto e non afferrare niente.

Nel punto più profondo della farsa io mi fermo e chiedo: «è forse questo, scomparire di ora in ora, annientarsi ogni minuto, falsificare anche il respiro, amare oltre se stesso?»

Mi segui nella notte, faina grigia, donnola sinuosa, sento le unghie annaspare, il tuo respiro che si strozza l'occhio vitreo che riluce, questi ticchettii delle ore che si obliano, questo tempo che ci inganna mentre noi, mai sazi di menzogne, ci illudiamo a vederci ancora cadaveri del giorno, inganno goliardico degli astri, uròboro degli anni. Eppure mi tenta il canto, queste parole consumate (metafora sentita e risentita, d'altronde, ogni cosa è vecchia) e ancora si libra il tuo ricordo sulle tele ragne di queste porcellane, fanciulle campagnole, pagliacci, teste riparate da parasoli antichi, e mi pare di vederlo ancora quello sguardo, azzurro disamore, che anche oggi (da quanto tempo ogni ora mi tormenti?) mi legge la sentenza: «Pietruzza irrilevante, minuzzaglia della storia, tu stesso ti condanni. Non v'è tragedia nel tuo cuore e sono di altri i tuoi desolati affanni. Che tu sia rinchiuso per sempre nella cella, e non possa mai vederti nello specchio, ti sia nascosto il tuo stesso sguardo, tu che scrivi con lettere di fuoco le tue farneticazioni da demente». Adesso basta, vado via, vado, non sono più, non sono più niente.

Si dice che la Storia proceda a cavallo e non abbassi mai gli occhi qualcuno finisce sempre sotto i suoi zoccoli. Dopo il suo passaggio resta il nulla, la steppa arida, la terra brulla.

Ero uscito soltanto con la mia solitudine in tasca e il mare si gonfiava e abbassava come il ventre di un demone osceno. La spuma lambiva le pietre verdastre e a sé tirava le strade, il mare ruggiva e non si dava pace. Camminavo intanto e percorrevo strade deserte. Non un filo di vento il mare era smosso dagli abissi profondi. Si gonfiava e abbassava come il ventre di un demone osceno. Pendevano immobili le foglie dei banani. Entrai in una bettola cupa, quattro uomini fumavano e bevevano rum. Fuori il mare ruggiva, anche se non lo vedevo, quasi fosse il respiro di un gigante che mugugna dal ventre del mondo. Oltre alla mia solitudine avevo pochi spiccioli in tasca, abbastanza per una bottiglia di birra. Mi siedo al tavolo con una birra Messina da bere. I quattro uomini fumavano e bevevano rum. Parlavano del morbo, dell'incapace governo. “L'Italia è un paese di merda” Ascolto, li guardo. Una parola, poi due, mi dicono: “Vieni, siedi con con noi”. “Dicevamo? Il governo”. “L'Italia, questo dannato paese”. “Non contiamo più nulla, ci ridono dietro” “Dobbiamo proteggere i nostri confini” “Scusate, tutti fumate” intervengo, “dovrei avere un sigaro, credo. Lo fumo con voi”. “Anche tu fumi sigari? Ti va di fumarne uno assieme?” Uno di loro mi chiede. “Vengon da Cuba, li porto domani. Che prendi da bere? Un rum?” Bevo e fumo con lui, parlo, discuto. Fuori il mare ruggiva quasi fosse il respiro di un gigante che mugugna dal ventre del mondo. Non un filo di vento nell'aria. Metto in tasca la mano e cerco la mia solitudine. Due euro, un accendino, cenere. Cerco meglio, qualche scontrino. Non c'è.

Ancora all'imbrunire si perde il tuo verso mezzo strozzato uccello di mare e io ricordo quando stamane ti stagliavi nel sole con le ali richiuse e l'occhio scrutava la schiuma che ribolle nell'onda del mare che mai ti svela la preda che asconde. Eri immoto sul ramo ricurvo e io stupito restavo a guardarti, come fossi una statua di legno intagliata. Siamo soli io e te, gli scogli soltanto ascoltano questo mattutino tombale silenzio. Oh potessi avere anche io il tuo occhio di perla. I miei occhi terrestri non sono abbastanza e inutile è la mia solitudine, che stamattina con te sulla battigia dura d'acqua e di sale nell'abbacinante sole si è fermata a riposare.

Potessi conoscere, foss'anche nel sogno quale sia il mio erboso sentiero, il mio cantuccio di rami. Eppure sempre, inutilmente, cerco riparo tra queste fronde ingiallite, e solenni le Pietre Danzanti mi suggeriscono ancora immemore il canto del mondo. Conoscessi pure il mio volto d'argilla, non basterebbe a chiamare il mio nome. Ma prendimi ancora una volta la mano stasera, all'ombra dei tuoi zigomi il respiro s'annega se tu, misteriosa, dall'ombra mi tenti. Scuro il volto e nera la veste, eppure nel silenzio ti amo, tu muta pietra sul calar della sera