«Quanto pesa un picciotto? Quanto una piuma sparsa al vento»

Per una poetica del neomelodico

Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria n. 412, aprile 2021.

demartino

Un ragazzo avanza per la via; la mano è appoggiata alla cintura dove «il ferro» emerge dalla tasca dei jeans. Tutto è silenzioso. Il ragazzo ha lo sguardo scuro e malinconico. Non è felice della sua vita, sa che vi è stato costretto da un’esistenza fatta di miserie e di stenti. L’unica legge che conosce è la legge dell'onore. Sa di condurre un’esistenza misera, e spera che i suoi figli non conoscano quella vita, quella sofferenza. Perché la famiglia è più importante di ogni altra cosa, più importante della società e dello Stato, più importante di ogni altra legge umana. La famiglia è fondata sul sangue, così come il patto tra gli uomini d’onore, assieme a un bacio sulla bocca e un rosario della Vergine Maria. Una volta entrato tra gli uomini d’onore il patto è inviolabile, e i più grandi nemici sono gli infami, i traditori, coloro che denunciano e rompono il patto, per sua natura eterno. Questo non è il setting di una serie TV, di un film o di un romanzo criminale, ma di una canzone: Uaglion’ e quartiere di Daniele de Martino, rifacimento del notissimo brano di Gianni Vezzosi Nu uaglion’ d’o Zen. Se non si è avvezzi al neomelodico si resta interdetti di fronte al videoclip. Vengono mostrati agguati, rapine, un’esaltazione della vita criminale davvero impensabile e insopportabile agli occhi della “gente perbene”. A partire dalle location tutto ci ricorda un mondo che non ha nulla a che spartire con la società borghese: è il mondo delle case popolari, del degrado urbano e dell'abusivismo edilizio, delle celle e delle carceri. Non si tratta di finzione, di luoghi preparati all’uopo, sono tutti luoghi reali. Ed è in questo paesaggio desolato che si svolge l'epopea del picciotto, del ragazzo di quartiere, uaglion’mienz’a via (che è un modo per dire affiliato alla camorra – immagine mitica e simbolica delle cosche mafiose di Cosa Nostra nel neomelodico siciliano che, quasi per ironia neoborbonica, canta in napoletano). Il picciotto ricorda davvero un cavaliere di ventura, con una sua morale, una sua etica incrollabile, capace di una bontà smisurata nei confronti dei più deboli («quando vedi gente con mille problemi / sei sempre pronto a stendere una mano // non chiudi la porta del cuore a nessuno / e nessuno ti può assomigliare», canta De Martino). Sembra quasi impossibile associare queste parole alla stessa persona che, nella canzone, viene soprannominato “u spara spara”: un ragazzo invischiato in loschi affari criminali, che regola i conti con l’uso della violenza e non disdegna l’omicidio. Eppure è qui il punto di rottura, il paradosso. Queste figure epiche cantate dai neomelodici vengono mostrate dal loro lato umano prima che criminale. L’empatia per il vissuto del picciotto è totale e completa: vengono narrati i dolori, le tragedie, le fragilità, con una partecipazione a tratti lirica: «Tu ragazzino cresciuto in quel quartiere che chiamano Zen, / già a dodici anni crescevi e imparavi a cavartela / con la scuola della strada; / com'è difficile raccontarti. // E come tutti i ragazzini crescevi, soffrivi e imparavi a capire, / che anche chi ti è compagno può tradirti, un giorno, per nulla. [...] Tu che hai un cuore così grande, tu che sei come un re dentro mille battaglie; ma tu combatti soltanto per il bene dei tuoi figli» (Gianni Vezzosi, Nu uaglion’ d’o Zen). È troppo facile etichettare il neomelodico come una genere musicale da mafiosi, da barbari, troppo facile giudicare alla luce dei nostri pregiudizi da buoni borghesi. I neomelodici, aedi contemporanei, cantano i poemi epici di una realtà che vive ai margini. Ci raccontano di una morale a noi sconosciuta, lontanissima. Così come il suicidio di Aiace è perfettamente comprensibile solo agli occhi dei suoi compagni d’armi, ma privo di senso per noi contemporanei, allo stesso modo la morale cavalleresca del picciotto ci è estranea, ma assume tutta la sua coerenza (epica, simbolica) all'interno del mondo cantato dai neomelodici, il mondo della curriente, ovvero, la vita di mafia. Non posso nascondere, né vorrei farlo, che queste canzoni non suscitano in me sentimenti di sdegno o di repulsione (almeno in questo cerco di non essere un buon borghese), semmai di profonda pietas, di una commozione fraterna. Perché i uaglioni nmienz’ a via sono innanzi tutto uomini che non hanno alcuna speranza di conoscere un mondo diverso da quello in cui sono nati e cresciuti. La mafia è una tragedia, una piaga, ma è anche simbolo del fallimento dello Stato e dell'ipocrisia della società borghese. I quartieri popolari, dove hanno origine e diffusione queste canzoni, sono emblematicamente tenuti lontani dai buoni quartieri residenziali delle “famiglie per bene”: in questa condizione di emarginazione e di abbandonano si consolidano nuove regole, nuovi valori che si innestano su una cultura arcaica, reazionaria, sanguinaria, ma che è figlia di profonde disuguaglianze e ingiustizie sociali. Certo il neomelodico ha le sue contraddizioni; da tempo tenta di rifarsi il trucco, si è aperto a logiche capitalistiche e di consumo che ne hanno dirottato i temi esclusivamente su drammi amorosi, ha abbracciato arrangiamenti reggaeton e trap, abbandonando quasi del tutto la dimensione epica. Anche il neomelodico ha iniziato a vergognarsi dei uaglioni nmienz’ a via. E così questo mondo sotterraneo che vive ai margini continua a restare ancora più isolato e sconosciuto, impenetrabile e abbandonato a se stesso. Il neomelodico non è una musica originale, ha strutture armoniche molto ripetitive, e indubbiamente non è musica di qualità; inoltre infastidisce, viene ricoperto di sdegno e dileggio da parte di tutti coloro che a questo mondo sono estranei e culturalmente lontani. Ma non credo che la repulsione sia dovuta a questioni puramente musicali: il neomelodico piuttosto ci disturba perché apre squarci che non siamo disposti a vedere, e ci rifiutiamo di provare empatia per ciò che non capiamo, per ciò che ci inquieta, ci scuote e mette in discussione la nostra realtà. L’empatia è necessaria per combattere il fenomeno mafioso, che non è solo un abisso sociale, ma anche la somma di migliaia di tragedie umane, vite spezzate, esistenze travolte dal sangue, e questa terribile cultura della morte inghiotte e annienta anche chi ci vive dentro, lo condanna nel momento stesso in cui vi nasce. In Figli e sti strade Gianni Vezzosi canta: «Voi non sapete / tuo figlio non sa / cosa vuol dire non mangiare la sera. / Perché non vive male / perché vive nel bene, / Per noi figli di queste strade, per voi siamo il peccato / [...] e non importa niente a nessuno / se a casa nostra non si vive». Dovrebbe cominciare a importarci invece, perché è proprio perché a casa loro «non si vive» che i ragazzi di quartiere diventano uaglioni ‘nmienz’ a via.