«Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?» (Qo 3,9)

Disputatio contro il lavoro

Pubblicato sul numero di giugno 2021 di Sicilia Libertaria

servidellagleba

Salmo 89, versetto 10: «Gli anni della nostra vita sono settanta, / ottanta per i più robusti, / ma quasi tutti sono fatica, dolore; / passano presto e noi ci dileguiamo». Sapienza del salmista: si vive poco, e in quel poco che si vive non facciamo altro che faticare. Si viene al mondo senza che ci venga richiesto, si passano i primi anni nell'innocenza e nella spensieratezza, ma già in tenera età iniziano i primi doveri, le prime preoccupazioni. «Li hai fatti i compiti?», «La maestra ti ha messo un bel voto?». Inizia l'ansia da prestazione: «devo studiare tanto, così la maestra mi mette un bel voto e la mamma non mi sgrida, e se non mi sgrida forse mi compra il giocattolo che tanto voglio». Passano gli anni, ma la solfa non cambia: tutto si innesta sul principio fatica-ricompensa. «Se lavori sodo, vedrai i risultati», «se sei pigro e non fai niente resterai sempre indietro». Chi termina gli studi si sente all'anticamera della libertà, ma non sa che il peggio deve ancora venire. Se prima si poteva sfuggire al ricatto fatica-ricompensa con un po' di strafottenza, adesso no. Se non fatichi non ti danno i soldi per vivere, e se non ti danno i soldi per vivere non hai di cosa campare, quindi o lavori o muori di fame. Esiste una trappola più perfetta di questa? Certo tu hai la libertà di non lavorare, ma se non lavori non mangi. E anche se non lavori ti chiederanno tasse, esigeranno che tu contribuisca in qualche modo alla società, e se non lo farai ti copriranno di insulti: scansafatiche, cosa inutile. Non solo viene imposta la vita senza il nostro consenso, ma ci si chiede anche di contribuire a una società che, come la vita, nessuno ha scelto, e che va venerata e servita come un Moloch, con lavoro e tasse. Si capirà che si tratta di una situazione insopportabile, che nessuno potrebbe farsi piacere. Ed ecco, dunque, che ci viene propinata la più grande bugia: si dichiara il lavoro vero strumento di emancipazione (il lavoro ti libera dal bisogno, ma chi mi libera dal bisogno di lavorare?), addirittura sul lavoro si fondano le repubbliche democratiche. Gli economisti della scuola classica, Smith, Ricardo, ma anche Hegel, e quel furbacchione di Marx, tutti a osannare il lavoro: per Hegel attraverso il lavoro l'uomo diventa davvero se stesso, perché assoggetta la natura ai suoi scopi; per Marx è il capitalismo che rende insopportabile il lavoro, ma è il lavoro che, come per Hegel, ci rende uomini. Ma se è così bello lavorare, perché allora si relegano tutte le attività che ci piacciono e ci realizzano come individui al di fuori del tempo di lavoro? E perché si concedono i giorni di riposo e le ferie? Sono per caso giorni in cui non ci realizziamo come uomini, in cui ci disumanizziamo, o sono i soli veri momenti in cui ci sentiamo uomini e non schiavi? Un modo di dire recita: «Fai per lavoro ciò che ami e non lavorerai un solo minuto della tua vita». Il vecchio cinico ribatte: «Fai per lavoro ciò che ami e odierai anche quello». Anche la sapienza biblica ci viene in soccorso: «Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole» (Qohelet 2, 20). Perché fin quando l'attività umana sarà condotta sotto il ricatto morale e materiale della fatica, sarà sempre insopportabile e cosa indegna. Ed è cosa indegna perché non è possibile sottrarsi, non è possibile fuggire. A meno che non si sia ricchissimi, e si viva allora del lavoro altrui. Ma anche qui non ci si è liberati dal lavoro, semmai si lavora per delega: vi sono uomini che fanno gli schiavi al posto di altri. «Ma sono loro i veri uomini» ci ricorda Hegel, e Kojève ribatte: «sono i veri uomini che hanno in mano la rivoluzione». E dopo aver tirato in ballo questi grandi filosofi perché non citare infine, a sostegno della mia tesi, Lino Banfi? «Mi avete preso per un coglione!». La faccenda del lavoro è peggio della religione. Non ci sono prove evidenti che Dio non esista, anche l'ateismo è un fatto di fede. Eppure ci sono innumerevoli prove che mostrano come il lavoro abbrutisca e renda schiavi gli uomini, ma si fa finta di niente, si continuano a recitare le litanie che osannano la fatica: i sindacati, i partiti, e gli ominicchi di ogni dove, non fanno altro che ripetere: evviva il lavoro! Ma come si può ancora discutere con loro? Come si può discutere con chi si erge a capo del popolo e reclama più lavoro? Saranno affetti, evidentemente, dalla Sindrome di Stoccolma. Allora lancio una provocazione, getto la ragione al di là dello steccato del buon senso e dico: se si viene al mondo senza che nessuno ci chieda il permesso, con quale dignità ci si chiede pure di faticare per mantenere una vita che non abbiamo chiesto né voluto? Se proprio non si può fare a meno dei soldi, allora che ci diano i soldi per il solo fatto di esistere e sopportare questa vita, sarebbe almeno una ricompensa. O si abolisca il denaro per una buona volta, il vile denaro che anche Locke, liberalissimo e inglese, indica come l'origine delle disuguaglianze tra gli uomini. Credo, davvero, che non si possa pretendere meno di questo: o lo scherzo e la provocazione diventano serissimi, o si rischia davvero che la metafisica del lavoro diventi più opprimente della più pesante teologia divina. E, personalmente, oramai il lavoro mi è più insopportabile di Dio.