Herr Nichts

Però ch'esser beato / nega ai mortali e nega a' morti il fato.

Paradosso del lavoro: essere impegnato tutto il giorno in un'attività eseguita sotto ricatto e costrizione in attesa di avere del tempo libero in cui però si è troppo stanchi per fare alcunché.

Da quando la società ha partorito il burocrate l'inutilità ha perso ogni suo valore.

Il denaro non fa felicità, mai frase fu più vera. Ma si badi bene a non travisarne il significato. Il sostantivo non è una variabile indifferente. Si legga quel non come fosse un'affermazione e si intenda: il denaro rende infelici.

Il vero fallimento della vita umana non è la malattia, la pigrizia o l'inettitudine. Beati siano coloro che non vogliono fare niente, ché hanno inteso che la vita non può offrire nulla se non tempo vuoto, e non merita la fatica degli uomini. Siano maledetti gli idolatri del denaro e del lavoro, i nuovi teologi di questa società senza Dio, questi mistici della banconota, questi nunzi evangelici dell'operosità. Da parte mia ho imparato a disprezzare il lavoro, ed è una fonte di disperazione inesauribile il non potersi sottrarre al suo ricatto, se non pagando un prezzo che non basterebbero mille beatitudini a colmarlo.

Il fallimento è scritto nel codice genetico.

Oggi ero immerso, come altre mille volte, nella mia passeggiata mattutina sulla spiaggia. Ho imparato, con le settimane e i mesi, ad addormentare tutti i moti del cuore, che non siano quelli della lucidità e della disperazione oggettiva. Con questo stato d'animo camminavo, e leggevo. Quando improvvisamente, tra le dune, scorgo una donna che sta prendendo il sole. E' in costume da bagno, e per un momento rimango turbato da quelle gambe immerse nel sole, da quella pelle lucente. Dopo lo sconvolgimento è subentrata l'amarezza, la coscienza che non possiamo sfuggire alla metafisica delle ghiandole, alle pulsioni dei nervi e dei tessuti. Ché bastano un paio di gambe (nemmeno ho notato il viso della donna, o il suo corpo o le sue fattezze) a trascinarci di nuovo nel rumore insopportabile della vita.

ovvero: perché dovremmo guardare tutti Ciao Darwin

paviglianiti

Quando l'anno scorso cominciarono a trasmettere su Canale 5 le repliche di Ciao Darwin era da poco iniziato il primo lockdown nazionale, quel lockdown (ai tempi ancora si usava il nome dalle reminiscenze ben più antiche di «quarantena») che avrebbe segnato un prima e un dopo, che avrebbe tracciato la linea tra il mondo come lo abbiamo sempre conosciuto e il mondo assurdamente pandemico in cui siamo stati catapultati. In un primo momento ebbi una reazione quasi di stizza: «Ecco, guarda questi balordi, che addormentano il popolo con Ciao Darwin proprio quando fuori infuria un vento di tempesta e l'oscurità si abbatte su di noi». E invece poi a ben pensarci mi sono reso conto della lungimiranza dell'operazione e ho levato lodi al cielo per avere una possibilità, una sola, di fuggire dalla trappola del bollettino delle diciotto, del conteggio quotidiano dei morti, dei video su youtube dei VIP che dalle loro ville incitavano le persone a stare a casa, dagli appelli ai giovani untori di starsene buoni buoni chiusi nelle loro stanze, dai mille e mille eminentissimi virologi che si affastellavano nei talk-show. E ancora oggi, a distanza di un anno, continuano a replicare Ciao Darwin, che sbanca negli ascolti, che schizza in vetta alle tendenze su Twitter, e allora mi sono fermato a riflettere. Ma qui con che cosa abbiamo a che fare? E allora ho passato in rassegna tutto quello che so della TV italiana, in preda allo zapping serale di fronte al piatto di minestra. Ed ecco Fazio col suo Che tempo che fa, untuoso talk-show dal bassissimo contenuto culturale, fiera delle banalità del senso comune, che deflagra come il napalm e investe il cervello dei telespettatori; i truffaldini talent-show, dove si promette ai giovani artisti un futuro di successo, ma vincolato a contratti capestro con le grandi multinazionali, una specie di concorso selettivo per essere schiacciato dalle ruote dentate della maleodorante industria dell'intrattenimento; gli show di Barbara d'Urso, vero e proprio personaggio lovecraftiano, che si nutre quotidianamente dell'orrore, vi partecipa, lo asseconda, lo accarezza, induce a commuoversi per l'abominio e per tutto ciò che nella vita è Male; il melenso Giletti su la La7, che come un buon padre di famiglia fa la morale ai suoi ospiti e al pubblico, rimbrotta chi va fuori dal seminato, asseconda chi invece dice sane cose di buon senso, e ci intrattiene (si fa per dire) con ore e ore di dibattito al limite dell'insulto all'intelligenza (una puntata per tutte: Fusaro vs scambisti); per non parlare dei talk-show come Porta a Porta: vi presenziano i soliti politici truffatori e imbroglioni la cui parlantina è sempre più simile al trombone che dà la voce agli adulti nei cartoni dei Peanuts: ma cosa tentano di dirci? Sono davvero interessanti i ruggiti grotteschi di Salvini, la crisi interna del PD, gli elogi a Mario Draghi? E gli eminentissimi virologi? Che fine han fatto? Sono sempre lì, in TV, a pontificare dati, teorie scientifiche, raccomandazioni, ché tutto è diventato una bolgia di inutilità, e non è più importante quello che si dice, ma conta di più il chiacchiericcio, questo «cricricri» come delle cicale nei pomeriggi estivi, che si confonde con il vento di scirocco che agita frasche e sterpaglie morte e bruciate dal sole. E di fronte a questo sconsolante colosseo di orrori in cui tutti sono in frac e hanno messo il vestito buono, ben venga il lupanare, la fiera dell'abominio, dove si espongono senza giudizio i nostri mali e i nostri peccati. Puntate storiche di Ciao Darwin come «Leghisti vs Terroni», «Politici vs Popolo», «Belli vs Brutti» sono quasi archetipiche, fastidiose e respingenti nel loro essere così maledettamente vicine alla realtà, ma senza il velo opprimente della morale della media classe borghese, quella classe borghese che si sente colta e progressista perché guarda i programmi politici di La7 o le inchieste di Report; ché quelle assurde diatribe sono quantomeno frutto di un copione, anestetizzate nella dimensione buffonesca del gioco e della burla: gli orrori veri, purtroppo, resistono allo scherzo e allo sfottò. Allora meglio scherzare tra amici, come quando si dice «coglione» al compare con cui si sta bevendo un bicchiere di vino, in questa grande sagra di paese dove ci si mette a ridere quando qualcuno urla la parola «culo!». E si guardi finalmente negli occhi l'abisso, quell'abisso di macerie e bruttura, e squallore e disperazione, su cui troneggia maestosa la figura di Paviglianiti che mangia fagioli, e a ogni flatulenza ci scappa una risata. Ché tanto tutto, oramai, è un gorgo senza scampo, e per una volta si ripongano negli armadi i vestiti buoni delle feste, e si viva, per un attimo solo, nella sospensione della boutade, del sorriso cinico e beffardo, nella decomposizione quotidiana, e si provi magari un po' di pietà per l'orrore altrui che è anche il nostro, soprattutto il nostro, si accantoni il giudizio morale che è sempre totalitario e si abbracci, anche anche solo momentaneamente, la consolazione della finzione e della menzogna, della risata che nasconde l'urlo di disperazione; ché tanto nessuna opinione vale più qualcosa, e tutto è falso. Anche queste parole.