Un grande ambaradan

Tempo fa mi è capitato di leggere un’intervista fatta al noto imprenditore del settore agro-alimentare italiano Oscar Farinetti, l’ex renzianissimo fondatore di Eataly e poi della fiera bolognese FICO. Alla fine dell’intervista il giornalista chiedeva a Farinetti di riassumere con un solo termine la sua prima grande creatura imprenditoriale, simbolo di un made in Italy incarnato da prodotti alimentari di qualità, un brand pompatissimo dal governo di Matteo Renzi. Farinetti rispondeva così alla domanda: per me Eataly è un grande “ambaradan”. La risposta mi lasciò in un primo momento sconcertato. Mi domandai ma come è possibile che un imprenditore attentissimo alla propria immagine (per giunta un’immagine di “sinistra”) e attorniato chissà da quanti social media manager nella sua azienda abbia potuto associare Eataly ad un termine, ambaradan, che richiama (basta aprire Wikipedia, nemmeno un libro di storia di Del Boca o dei Wu Ming) la strage di 20.000 civili che l’Italia fascista compì nel 1936 usando gas tossici contro gli abitanti della sua colonia abissina, uccidendoli sul massiccio etiope di Amba Aradam? Del resto, quando si parla della storia del colonialismo italiano e dei suoi crimini efferati, la prima parola che salta alla mente è proprio quella di “rimosso”. Nonostante gli studi storici e tutta la documentazione a riguardo, è molto diffusa l’idea che ci sia una rimozione di questi crimini e della natura stessa della dominazione razzista degli italiani, quasi come se fossimo di fronte alla manifestazione di un fenomeno psicoanalitico, di una nazione che rifiuta di riconoscere il proprio passato.

Questo rimosso dall’inconscio collettivo nazionale si accompagna ad una ricostruzione dei fatti storici benevola e tipica di un negazionismo facilone, rappresentato dal motto “italiani brava gente”, fondata sull’idea che il colonialismo italiano sia stato meno efferato di quello di altre nazioni occidentali. Anche un ragazzino delle scuole medie che deve fare una tesina di storia potrebbe però rendersi conto del contrario senza troppi sforzi, comprendendo con un breve giro su internet come il colonialismo italiano sia stato uno dei più violenti della storia contemporanea, che gli italiani furono i primi a usare i gas letali come arma di sterminio di massa, ben prima dei futuri alleati nazisti. C’è dunque da riflettere sulla natura effettiva di questo rimosso: come può persistere nell’immaginario collettivo di una democrazia la sostanziale giustificazione dello sterminio colonialista? Pensiamo a come un personaggio acclamato come Indro Montanelli abbia potuto rivendicare per tutta la sua carriera con tranquillità l’acquisto, tramite la pratica coloniale del “madamato”, di una bambina africana di 12 anni. Eppure, fin dagli anni sessanta (lo si può vedere tranquillamente su YouTube), la scrittrice Elvira Banotti aveva pubblicamente accusato in televisione Montanelli dello stupro della bambina. A quella accusa seguirono le spallucce del famoso giornalista: “Era un animaluccio docile...In Africa è un’altra cosa...”. Penso che la questione della rimozione abbia poco a che vedere con l’inconscio e con discorsi da psicanalisi e sia invece nient’altro che una delle varie espressioni di una dominazione capitalista che persegue ancora oggi determinate oppressioni tra cui quelle della razzializzazione e del dominio occidentale bianco sull’Africa. Di nascosto ormai nell’era di internet e della scolarizzazione di massa c’è ben poco, semplicemente c’è una perpetuazione dei discorsi criminali, razzisti, sessisti, coloniali etc. sotto altre forme. Certe acquisizioni storiche per quanto facilmente rintracciabili sono di fatto occultate per ragioni complesse che attengono alla diffusione delle narrazioni nel contesto dei rapporti di forza esistenti nella società: l’immaginario collettivo è mutevole e dinamico ma è influenzato in particolar modo dal conflitto, ovvero da quanto la voce degli oppressi riesca a farsi largo sulla scena del dibattito pubblico.

Farinetti può certo celebrare involontariamente nel suo straordinario “lapsus” la brutale strage di 20.000 etiopi, ma può anche liberamente presentare come prodotti di eccellenza della gastronomia made in Italy dei corpi smembrati di animali. I tortellini emiliani che compaiono in uno stand gastronomico di FICO non sono altro che il prodotto di una continua strage di suini, una strage ottenuta tramite lo “sterminio per moltiplicazione” che avviene negli allevamenti industriali, sterminio compiuto per soddisfare i banali capricci culinari degli umani. Così come gli etiopi di Amba Aradam non avevano diritto ad essere riconosciuti come esseri umani sullo stesso piano dei loro gasatori fascisti, allo stesso modo i maiali di Modena o Reggio Emilia non hanno diritto ad esistere se non come cibo per altri animali. Se anche sappiamo e vediamo ogni giorno a tavola gli effetti di questo sterminio, esso resta invisibile ai nostri occhi, rimosso dal nostro modo di comprendere la realtà che ci circonda: qualsiasi azione di disvelamento del colonialismo e di ogni tipo di oppressione ha bisogno dell’apparizione sulla scena di un’azione conflittuale, di un soggetto antagonista attivo, che dovrà conquistarsi con fatica il proprio diritto a essere riconosciuto come legittimo.

Nelle narrazioni dominanti c’è sempre una causa superiore da difendere, può essere quella del fascismo oppure quella del cibo che “racconta così bene il territorio”. Gli intellettuali eredi di Montanelli, da Travaglio a Telese, da destra a sinistra, possono invocare la difesa di un “contesto storico da capire” riguardo lo stupro di una bambina da parte del loro mito perché nello scenario attuale il patriarcato e la razzializzazione si esprimono ancora in termini violenti e legittimati: una donna nigeriana può morire nel silenzio tra le mura di un lager per migranti solo perché non ha la cittadinanza italiana, e lo Stato per cui lavorano giornalisti e politici di destra e di sinistra non verrà mai indicato come il responsabile. Insomma, il grande ambaradan continua ogni giorno sotto i nostri occhi: se agli oppressori risulterà ancora semplice nasconderlo e infiocchettarlo per presentarlo come naturale e inevitabile, dal punto di vista degli oppressi qualsiasi decostruzione storica sarà insufficiente se non sarà accompagnata dalla lotta concreta per la liberazione.

lino caetani da Ghinea di marzo 2019 https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-marzo