La sinistra non sarà mai rivoluzionaria

Pur dichiarandosi interna al pensiero marxista, Silvia Federici nel suo “Calibano e la strega” mette in discussione uno dei punti teorici fondamentali del marxismo, quello che (in sintesi) vede il passaggio distruttivo operato dal capitalismo come necessario e propedeutico al trionfo del socialismo, un momento di sviluppo razionale di transizione della società raggiunto attraverso la centralizzazione della produzione. Secondo le parole della stessa Federici:

“Sebbene Marx sia stato acutamente consapevole della brutalità dello sviluppo capitalistico – la sua storia, ha dichiarato, è scritta negli annali dell’umanità con lettere di fuoco e sangue – non c’è dubbio che abbia visto l’avvento del capitalismo come un passaggio necessario nel processo di liberazione dell’umanità. A suo avviso, il capitalismo ha eliminato la piccola proprietà e aumentato (in misura mai eguagliata da nessun altro sistema economico) la capacità produttiva del lavoro, creando così le condizioni materiali per affrancare l’umanità dalla scarsità e dal bisogno. Marx presumeva inoltre che la violenza che ha caratterizzato le prime fasi dell’espansione capitalistica sarebbe diminuita con il maturare dei rapporti capitalistici, quando lo sfruttamento e il disciplinamento del lavoro sarebbero conseguiti all’operare delle leggi economiche (Marx 1867, Libro primo). In questo si sbagliava profondamente. In ogni sua fase, inclusa quella attuale, la globalizzazione dei rapporti capitalistici ha comportato il ritorno degli aspetti più violenti dell’accumulazione originaria, dimostrando che la continua espulsione dei contadini dalla terra, la guerra, il saccheggio su larga scala e il declassamento delle donne sono condizioni necessarie all’esistenza del capitalismo in tutti i tempi”. (S. Federici, “Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria”, Mimesis edizioni, 2004, pagina 12).

Partendo da questa linea teorica che svaluta e silenzia tutto il lavoro operoso fatto dalle comunità delle persone oppresse nel corso della storia, lavoro che viene brutalmente messo da parte una volta che il rullo compressore del capitalismo ha fatto sparire dalla faccia della terra con “lettere di fuoco e sangue” le vite ribelli delle persone oppresse, il marxismo privilegia la sua internità al pensiero hegeliano: si fa infatti una lettura della storia come processo di risoluzione del finito nell’infinito, della formazione dello Stato come il momento più alto della realizzazione dello Spirito, del concetto di totalità che espunge dal sistema ogni pensiero irrazionale (e quindi non reale), una lettura maschile, bianca, occidentale e umana del vero processo storico. Fuori da tutto ciò, le vite, le lotte, le comunità, le pratiche di resistenza delle persone umane oppresse e degli altri animali, vite torturate ed eliminate dal potere capitalistico dello Stato razionale e propedeutico alla realizzazione del socialismo. Una critica del marxismo non può che riprendere queste storie spezzate di chi ha visto la propria vita sacrificata su questo altare del “progresso”. Misconoscendo e fraintendendo completamente come si è formato l’attuale sistema di dominio, sulle spalle di chi si è costruito ed accumulato il capitalismo attuale, il marxismo odierno continua a reputarsi pensiero della totalità quando invece non ha che come misero centro una lettura economicistica (questa sì, totalizzante) delle classi sfruttate, una lettura secondo cui tutte le esperienze e le resistenze piallate e distrutte dal capitalismo non sono che frutto di oppressioni secondarie, al meglio sono delle “doppie oppressioni”, che distraggono da quel percorso storico emancipatore iniziato non dalla resistenza ma paradossalmente proprio dal capitalismo stesso.

Questo è un punto, ma poi ce n’è un altro che forse è ancora più alla radice e riguarda la costruzione stessa del marxismo e del socialismo “scientifico” dentro quel paradigma occidentale che ha creato le scienze sociali completamente interne al pensiero totalitario dello scientismo. Parallelamente allo sviluppo del capitalismo, tutto andava quantificato, espresso numericamente, reso scienza e teoria incontrovertibile. Ricostruendo quello che è il progetto fondamentale della scienza moderna, Pierre Thuillier racconta nel suo libro “Contro lo scientismo” (S-edizioni) questa ossessione per il quantitativo: “la quantificazione è divenuta un’ossessione socioculturale. Gestire le giacenze, verificare le quantità consegnate, calcolare le entrate e le uscite, i guadagni e le perdite, tutto questo è entrato nei ranghi delle competenze che bisognava assolutamente padroneggiare […] C’è stato bisogno che i mercanti acquisissero un grande potere sociale perché la “natura”, infine, diventasse veramente l’oggetto di una fisica degli “scambi razionali”. La nozione di energia riceverà, a sua volta, lo stesso trattamento. Ancora oggi possiamo vedere chiaramente le tracce di questa metafisica da droghiere in un’espressione quale “il bilancio energetico”. (pagine 40-41). L’homo scientificus realizza il suo principio attraverso cui “se si può fare, allora facciamolo”. E così nei report che misurano e quantificano la distruzione del pianeta (deforestazione, allevamenti intensivi, estinzione di specie animali, cambiamento climatico, etc.) possiamo anche leggere quanti miliardi di dollari perdiamo all’anno in seguito a queste catastrofi ben poco “naturali”. Si possono quantificare i ricavati della trasformazione del mondo così come gli effetti della sua completa distruzione. Non è nient’altro che un bilancio economico. Anche se oggi leggiamo interessanti analisi di una corrente di pensiero marxista come quella dell’eco-socialismo, da queste riflessioni mancano quasi sempre tutte le vite delle varie differenti specie animali che popolano questo disgraziato pianeta. La lettura di fondo rimane quella antropocentrica e scientista, per cui la “natura” è un oggetto di studio e trasformazione ad opera dell’uomo, meglio se fatta dal socialismo piuttosto che dal capitalismo, ma sempre oggetto che gli umani modellano a loro piacimento. Anche qui il concetto di totalità è completamente interno ad un pensiero della violenza razionalizzante, un pensiero che resta ancorato alle fondamenta del capitalismo occidentale.

Non individuando correttamente i nemici contro cui combattere, proponendo soluzioni interne al modello di dominio e di sfruttamento oggi esistenti, il marxismo può difficilmente essere usato come uno strumento efficace per una strategia di liberazione. Criticando la sinistra liberale e borghese, riesce facile alla sinistra marxista proporsi come progetto alternativo, ma questa supposta lontananza dagli sgherri difensori della democrazia capitalistica occidentale è solo un’illusione, quando invece si condividono quei presupposti genetici di fondo, dal positivismo allo scientismo, tutti ostacoli ai percorsi di resistenza e liberazione che invece oggi sono ancora in piedi.