“Hai appena cenato e, per quanto scrupolosamente il mattatoio sia celato a chilometri di distanza, la complicità rimane” Ralph Waldo Emerson

Ultimamente sto seguendo con interesse alcuni programmi televisivi di cucina, come “Quattro ristoranti” o “Cuochi d’Italia”, entrambi condotti da Alessandro Borghese. Mi incuriosiscono vari aspetti di queste trasmissioni, a partire dal rapporto che emerge tra la rappresentazione del cibo e lo spettacolo mediatico. Questi due programmi, in uno spettro ideale che possiamo usare per catalogare le trasmissioni di cucina in televisione, si collocano a metà strada tra la leggerezza nazional-popolare di “La prova del cuoco” della Rai e i talent show dedicati al mondo della cucina come “Masterchef”, che di contro presentano un modello di rapporto con il cibo di tipo turbo-capitalista, fondato sulla competizione sfrenata tra cuochi l’un contro l’altro armati nella ricerca del “sogno” caro ai conduttori di questo genere televisivo come Flavio Briatore o Donald Trump. Se in “Quattro ristoranti” c’è una competizione abbastanza blanda tra i ristoratori che si contendono il bonus di 5000 euro che useranno per investire sull’allargamento della cucina del proprio locale oppure (come spesso viene detto dai vincitori) per darli in beneficenza, in “Cuochi d’Italia” la gara è ancora più all’acqua di rose, con un rappresentante per regione che sfida il suo avversario presentando i piatti tipici del territorio, con i due giudici (i simpatici chef Gennaro Esposito e Cristiano Tomei) che danno quasi sempre voti alti alle pietanze preparate e messe in gara. Il contrario esatto di Cracco che in “Masterchef” insulta e umilia il cuoco principiante, urlandogli in faccia di non piangere “come una femmina”.

Questa atmosfera rilassata e armoniosa stona però con un particolare che sfugge ai più, dai telespettatori ai commentatori, che fa parte del modo in cui non percepiamo che quella bistecca che stai mangiando sia stato un essere vivente, torturato, maciullato e poi ucciso. Questo processo rimane occulto, allo stesso modo in cui susciterebbe scandalo gridare durante un pranzo “ehi, nei piatti ci sono degli animali morti!”. Mi piacerebbe segnalare questa triste realtà durante una trasmissione di cucina per scoprirne l’effetto, ma posso ben immaginare le reazioni: Cracco mi punterebbe una pistola contro chiamando il suo collega Cannavacciuolo dicendo “adesso gli diamo una lezione a questo vegano di merda”. “Magari è pure ricchione”. Invece il buon Alessandro Borghese penso che mi farebbe un bel sorriso comprensivo e accondiscendente, ritornando subito a gustarsi la sua coda alla vaccinara o un altro piatto tipico del territorio che “racconta” così bene l’amore per la sua terra. L’altro giorno, seguendo la puntata serale di “Cuochi d’Italia”, l’elefante nella stanza che nessuno vuole vedere ha però fatto improvvisamente capolino, per poi subito ritornare nell’ombra del silenzio specista che imperversa quando si parla di cucina. Un concorrente in gara, mi pare fosse il cuoco che rappresentava la Regione Piemonte, parlava della propria dieta e di come avesse perso ben 30 kg in un solo anno.

Interrogato da Borghese sulla ragione di questa trasformazione, lo chef ha accennato alla sua nuova propensione a mangiare in modo più sano, fino a spingersi al punto che, siccome la sua fidanzata è vegetariana “ogni tanto cuciniamo anche la versione vegetariana della carbonara, mettendo il finocchio al posto del guanciale”. Apriti cielo, il simpatico giudice-chef toscano Cristiano Tomei, pur mantenendo un tono scherzoso, si è alzato in piedi esclamando: “Eh no! La carbonara vegetariana non esiste! O è carbonara o non lo è!”. Detto questo ha fatto finta di abbandonare la trasmissione. Poi è tornato sui suoi passi dicendo “Qua si va a finire come quelli che dicono ti faccio un hamburger di tofu”. Il siparietto si è concluso tra le risate generali e la trasmissione ha continuato tranquillamente a mettere degli animali morti nei piatti che raccontano il territorio.

L’episodio non mi ha certo stupito, perché queste trasmissioni sono la culla dello specismo, per come viene silenziata e trasfigurata in opera d’arte e delizia del palato l’uccisione di animali non umani, però mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto la questione antispecista sia così difficile da affrontare in ogni contesto. Due esempi mi sono venuti in mente. Il primo è il dialogo quotidiano che si ha sul tema con compagni e compagne, magari sui social, che non hanno mai vergogna di lanciarsi in battute “divertenti” contro i vegani. Le stesse persone con cui si condividono varie battaglie di liberazione, poi di fronte allo specismo il meglio che riescono a scrivere è uno sfottò ai vegani che non si mangiano le cose buonissime (che magari raccontano non il territorio ma la propria infanzia oppure semplicemente per loro sono buone al palato) per cui “chiudete internet! Ho appena letto che esistono le scarpe vegane!”. E subito like e condivisioni di profili con la falce e martello nel nickname.

Come se scuoiare e uccidere un animale e poi indossarne la pelle fosse meglio che mungerlo o allevarlo e poi mangiarne un suo prodotto. Apro una parentesi. La cosa che più mi stupisce è come la maggior parte delle persone si industri in mille ragionamenti pseudo-logici e sillogismi da arrampicarsi sugli specchi mentre si sta occultando la questione di fondo: il diretto legame tra lo sfruttamento animale e il nostro consumo, tra la sofferenza di un essere vivente e il nostro piacere. A me una volta hanno chiesto “ma tu vedi un collegamento tra non voler uccidere un animale e il fatto di non volerlo mangiare?”. Non lo so, sarò scemo ma questo nesso lo vedo, altri invece (come quello delle scarpe vegane per cui dovremmo chiudere internet) non li capisco proprio. Chiusa parentesi.

Secondo esempio che volevo fare, a proposito del silenzio che vige sullo specismo anche da parte di chi si dice anticapitalista o comunista, la rivista Jacobin Italia ha affrontato il tema delle trasmissioni televisive di cucina. Il pezzo si chiama “Full Metal Masterchef e lo sfruttamento postfordista” e analizza la ripresa del famoso format tv dal punto di vista dell’immaginario di quella cultura iper-competitiva e turbo-capitalista di cui parlavo sopra: “Oggi ricomincia il talent show culinario di maggiore successo. Analisi di uno spettacolo e della sua funzione ideologica: trasmettere l'etica del lavoro contemporaneo”. Bene, benissimo, sono d’accordo e appunto accennavo a questi fatti anche io, ma c’è un “piccolo” problema: anche in questa visione critica non si vede l’elefante nella stanza, anche qui non si parla di animali morti, di corpi uccisi, smembrati, prodotti, allevati, mangiati, infiocchettati, esposti nello spettacolo televisivo, sublimati come la tradizione e il racconto della propria terra, fatti diventare oggetto di competizione e di godimento per gli umani. Anche qui silenzio.

Qualcuno mi potrebbe dire che questo articolo è scritto nell’ottica di un’analisi sulle trasformazioni del lavoro e del capitalismo, non dello specismo e dello sfruttamento animale. Qui, esattamente qui, invece, è proprio il cuore del problema: non voler vedere come lo sfruttamento degli animali sia al centro del modo di produzione capitalistico mi sembra un’enormità e una svista clamorosa, soprattutto da parte di chi studia in modo critico il sistema. Il nostro è un modo di produzione che si innerva sull’allevamento intensivo, sulla produzione industriale, sull’uccisione e sullo sfruttamento in modo cruento e senza nessun tipo di pietà di miliardi di esseri animali non umani. Questo modo di produzione sta letteralmente soffocando noi e il pianeta in cui viviamo, causando inquinamento e il riscaldamento globale per cui la catastrofe ambientale è già oggi. Però tutto ciò ci sembra ancora secondario, nemmeno gli intellettuali marxisti riescono a cogliere il filo che collega il mattatoio allo spettacolo televisivo del talent show di cucina.

L’altro giorno ho trovato in rete questo film molto diretto, credibile e senza molti fronzoli che mostra in maniera esplicita quello che stiamo facendo agli animali non umani e a noi stessi, si chiama “Dominion” e lo si può vedere gratuitamente online. Cerchiamo di riflettere su queste cose, altrimenti veramente tutte le analisi e le cose che scriviamo sono sullo stesso livello dei meme che dicono “in culo ai vegani!” di cui a questo punto potremmo apprezzare almeno il modo esplicito e diretto con il quale comunicano un pensiero comune e diffuso sempre più di quanto possiamo immaginare.