Cinque milioni e mezzo

Cinque milioni e mezzo è il numero dei bovini presenti attualmente in Italia. Non saprei dire se questa cifra sia grande o piccola, dipende sempre relativamente dalla condizione in cui si trovano questi cinque milioni e mezzo di individui animali, come vivono, dove sono collocati, che futuro avranno a breve etc. etc. Un articolo sul giornale “Domani”, [https://www.editorialedomani.it/fatti/quelle-vacche-invisibili-che-inquinano-pi-dei-tir-e5tgfs39] ci parla di inquinamento, di tonnellate di liquami, di azoto e ci fornisce una serie di cifre per descrivere e quantificare una situazione che però mi sembra non sia affrontata dal punto di vista giusto.

Si parla di sversamenti illeciti, dei 570.643 bovini in 6.697 allevamenti e poi via a parlare di forme di parmigiano e della fine dei pascoli. Stringi stringi, oltre la consueta lettura antropocentrica ed economicistica, arriviamo quindi al punto: “Il fenomeno è invisibile ma enorme: nelle stalle italiane sono reclusi 5,5 milioni di bovini (dati 2019 dell'Associazione italiana allevatori), metà da latte e metà da carne”. I bovini non si vedono perché sono stipati in allevamenti industriali dove sono sfruttati e uccisi con metodo scientifico, in quella immensa catena di s-montaggio che è l'industria della carne o anche quella dell'industria lattero-casearia.

Possiamo quindi pensare a calcolare i numeri di questa industria, parlare dei suoi problemi economici, dell'inquinamento, dei sussidi statali, del numero di umani impiegati negli allevamenti, delle loro condizioni di lavoro e di tante altre cose collegate. Quello che però mi sembra impossibile calcolare, è un numero che racchiuda ed esprima la sofferenza di questi individui e ciò che questa strage può significare per il pianeta in cui viviamo, per la vita su questo pianeta, per noi stessi in quanto abitanti che hanno un legame ed una connessione con gli altri abitanti animali di specie diverse.

Non è un numero che può uscire dalla calcolatrice, a parte il numero degli individui uccisi o sfruttati. Non tutto si può quantificare, ma se non ci interroghiamo allo stesso modo sugli effetti che ha il recidere il legame tra esseri viventi su questo pianeta, tutti gli altri discorsi sull'inquinamento, sull'equità sociale o sindacale, mi sembrano sinistri e beffardi, inquietanti nel loro nascondere la violenza che è in atto in questo momento sotto i nostri occhi. Cinque milioni e mezzo di individui che abbiamo relegato in stato di schiavitù e l'unico rapporto diretto che abbiamo con loro è quello che vediamo sulle nostre tavole, quando troviamo nei piatti, trasformati in “carne” e “cibo” i corpi distrutti di questi animali.

Non sono mai stato una persona particolarmente religiosa e non so in che misura esista un legame tra esseri viventi che vada al di là di un semplice co-abitare lo stesso pianeta, per cui non saprei nemmeno dire quanto questo sterminio deturpi il nostro sviluppo come esseri umani, oltre l'apparenza che ci fa condurre le nostre vite come se niente fosse, come se questo sterminio attuato “per moltiplicazione” non avvenisse sotto il nostro naso. Però mi sembra evidente che tutto il “cervello sociale” o intelletto generale che dir si voglia, l'infosfera, la società nel suo complesso considerata oltre la mera somma dei singoli individui, ne sia trasformata negativamente e compromessa in modo irreparabile.

Vivere in questo oceano di violenza e di sfruttamento è veramente difficile, è una sorta di paradosso. L'unica via d'uscita che vedo è politica, politica nel senso di saper tematizzare questa violenza e fare qualcosa collettivamente per porvi fine una volta per tutte. Solo in questo percorso, che si richiama all'antispecismo, possiamo recuperare un minimo di consapevolezza di quello che corre sotto i nostri occhi e che è difficile anche nominare senza rimanerne annientati.