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1921-2021 cent'anni di mitologia comunista

Si appresta ad arrivare il centenario della fondazione del partito comunista d'Italia e vi sarà nei prossimi giorni un bel diluvio di commenti, articoli, seminari e riflessioni, il più delle quali sicuramente saranno piene di stronzate di altissimo livello. Per dirne una, ci sarà un grande e importante seminario preparato addirittura da Massimo D'Alema, già dirigente comunista e poi capo dei bombardieri Nato sulla ex Jugoslavia. Si potrebbero dire tantissime cose sul PCI e sulla sua storia, me ne viene in mente solo una in questo momento e non ho molta voglia di scrivere. Poco dopo la sua fondazione, già nel 1924 il partito comunista italiano viene praticamente commissariato da Mosca. Nelle federazioni aveva stravinto la sinistra guidata da Bordiga, mentre la destra di Tasca e il centro di Gramsci erano staccatissimi e irrilevanti. L'intervento dell'Internazionale Comunista, ovvero del partito dell'URSS, fu brutale e i risultati vennero praticamente rovesciati, con la definizione di una dirigenza con Gramsci alla guida, poi con la minoranza di destra ed altri arrivati dalla corrente di fuoriusciti dal PSI a completare la direzione: Bordiga, che aveva conquistato 33 federazioni su 45, fuori.

Questo atto autoritario è stato il primo di tanti che ne sarebbero seguiti. Una decina di anni dopo si sarebbe passati ai colpi di rivoltella alla tempia dei comunisti sgraditi a Stalin. Sicuramente il PCI non è stato soltanto questo e Gramsci non è stato solo un burattino di Mosca. Però questo episodio ci racconta molto di quella che è stata la cultura comunista nel secolo scorso. Sicuramente i tanti e le tante militanti comuniste del novecento, milioni di persone, fatte fuori politicamente o addirittura eliminate fisicamente dagli stalinisti non meritano di essere ricordate da gente tipo Massimo D'Alema.

Lo spazio necessario (appunti su social media e dis-individuazione)

Alla fine del suo lungo libro sul capitalismo della sorveglianza, Zuboff conclude la sua forte denuncia contro le multinazionali del web (Google in primis e poi i vari social network e gli attori del mercato mondiale dei dispositivi tecnologici) postulando la necessità di un “santuario”, uno spazio mentale isolato e liberato, a disposizione della coscienza di ognuno, oltre e fuori dal dominio degli algoritmi di internet che secondo la studiosa americana stanno mettendo in pratica la distopia skinneriana di un mondo senza più libero arbitrio, con gli individui schiavi delle necessità del profitto delle multinazionali, profitti ottenuti mediante l'innesco di meccanismi mentali per cui rinforzi e rilasci di dopamina ci portano dove vogliono i social e le big tech dietro di loro.

Ho fisso in mente quando si diffuse Facebook tra le mie conoscenze. Meglio ancora, ricordo quando nel 2008 si diffuse nella mia città proprio come si diffonde una pandemia, un virus incontrollabile. Mi viene in mente la scena del film sui dieci comandamenti, quando la terribile piaga biblica colpisce le case degli egiziani bussando silenziosamente e colpendo a morte i primogeniti. Ero a casa di un mio amico, mi affacciai al balcone e immaginai in quante abitazioni e in quanti dispositivi fosse entrata la piaga di Zuckerberg. Dopo un poco di tempo e un po' di tira e molla, ne sono uscito: sono tra i pochi che “non hanno Facebook”, che nei successivi tredici anni avrebbe raggiunto l'inimmaginabile cifra di due miliardi e mezzo di utenti. I motivi di questa mia diserzione sono poi stati riassunti nel corso degli anni da parte di decine e decine di studiosi, che hanno portato alla luce quello che istintivamente mi sentivo addosso aggiornando il profilo, postando e accettando amicizie: i social network sono dannosi, fanno male.

C'è tutta una letteratura ormai a riguardo, per cui sintetizzo utilizzando una citazione dall'ottimo lavoro di Cisti:

“Un social network commerciale porta ogni individualità su di un unico piano, dove poi il contenuto più rumoroso si impone sulla collettività. Questo porta il bisogno di soddisfare chiunque sia nella nostra rete che produce quel senso di insoddisfazione e depressione nell'esprimere se stessi. Infatti siamo consci del fatto che l'uso di queste piattaforme produce comportamenti dannosi e ampiamente studiati, tra cui:

-Fear of Missing Out. Provare una profonda paura e fastidio all'idea che succeda qualcosa online mentre non siamo collegati. Letteralmente sentirsi “fuori dal loop”. -Notification Trough, Un senso di straziante e dolorosa anticipazione nel momento tra cui si posta qualcosa di personale o creativo online e i primi like, commenti e condivisioni. -Newsgoggles: Consumo incontrollato di notizie di tragedie senza un vero impatto emotivo o psicologico. -Unbored Never alone. Costantemente connessi, Mai annoiati. Come fa notare Mark Fisher in Realismo capitalista, una delle spinte che hanno portato alla genesi del punk è stato proprio quel sentimento di noia, come molti testi ci gridano a squarciagola, quella voglia di esprimere se stessi oltre la coltre di grigiore che ci circonda. I social invece attraverso lo stimolo continuo ci fanno proprio affogare in quel clima di mediocrità che ci porta ad appiattire sempre i nostri dibattiti. -Info-dependency, dipendenza psicologica dal continuo impatto di nuove informazioni. Spesso si presenta insieme ad una fuga dalle dinamiche naturali che non sono altrettanto stimolanti (quotidianità, scuola, etc). Questo si lega genericamente ad una visione consumista dell'informazione, che va di pari passo alla digestione di contenuti di qualità sempre più infima. -Ampulsivity In everyday life, gli impulsi umani sono spesso limitati o negati dalle oppurtunità, tempo e spazio. Online gli impulsi non hanno questi limiti e possono essere immediatamente tradotti in azioni. Questo può portare a comportamenti fortemente modellati dalle pulsioni amplificate digitalmente. -Le dinamiche di interazione sulla piattaforma producono delle aspettative nel “mondo reale” che non possono essere soddisfatte . Quando questo accade seguono inevitabilmente ansia, impazienza, rabbia e frustrazione. -Swarm mindset e “inversione”: i bot sembrano umani e gli esseri umani si appiattiscono a dei bot. Del resto se per le corporazioni è necessario tenerci incatenati alle loro piattaforme, esse devono anche fare in modo che i nostri dati, le nostre abitudini e ogni nostra espressione sia quanto di più comprensibile ai loro algoritmi, che ovviamente ha come risultato di renderci prevedibili come bot. Al tempo stesso le intelligenze artificiali affinano sempre di più le loro capacità di previsione, rendendosi quindi sempre più simili ad umani molto ripetitivi.” [da https://mastodon.cisti.org/about/more]

Le piattaforme vogliono tenerci dentro le loro scatole skinneriane [https://en.wikipedia.org/wiki/Operant_conditioning_chamber] per fare profitti, per cui creano dipendenza, e più contenuti produciamo più accumulano dati, dati che serviranno per vendere pubblicità personalizzate agli inserzionisti, e così via, nell'ormai arcinoto meccanismo economico che ha fatto la fortuna delle aziende.

Jaron Lanier è stato uno degli artefici della creazione di queste tecnologie, il pioniere della realtà virtuale. Dopo anni di lavoro nelle più grandi aziende high tech ha disertato questo mondo per i sensi di colpa e oggi sta raccontando cosa c'è dietro, come funziona questo grande esperimento su larga scala di cui noi siamo le cavie: “In breve, dice Lanier, il sistema di feedback nei social sta creando un loop di punizione e validazione sociale che fa leva sulle nostre vulnerabilità per manipolarci a piacimento. Si tratta di meccanismi “sostanzialmente additivi”, perché inducono a rincorrere il piacere della ricompensa, mentre la punizione e il rinforzo negativo rinnovano continuamente la paura di non essere abbastanza.” [https://www.che-fare.com/social-liberta-jaron-lanier/]

Una cosa molto indicativa ed emblematica, quasi ironica, di questo grande “esperimento”, sta nel fatto che i leader delle corporations, gente come Jack Dorsey o lo stesso Steve Jobs all'epoca, si tengono bene a distanza dal frutto della loro fortuna, magari vietando l'uso di internet ai propri figli, facendo meditazione e disinteressandosi dei social network, vivendo una vita rilassata e offline mentre noi ci accapigliamo nei flame su Twitter e Facebook.

La cosa su cui, in conclusione di questi brevi appunti, mi preme infine ragionare, riguarda la ricaduta politica collettiva di tutto ciò. La stragrande maggioranza dei gruppi politici e delle singole individualità che fanno politica oggi utilizzano infatti i social network: vi sono entrati anni fa con la consapevolezza che fosse necessario per parlare a una grande massa di persone. Ogni tanto, quando Facebook chiude una pagina di qualche gruppo politico, si torna a parlare della contraddizione tra le pratiche dei movimenti alternativi e il loro uso (che si vuole solo strumentale) dei social network commerciali. Poi, passato lo “scandalo” momentaneo, tutto torna come prima e i compagni riprendono a insultarsi sotto i post e a fare a gara di like per le proprie pagine.

Se abbiamo visto quali sono gli effetti negativi che i social media producono sull'individuo, parimenti si dovrebbe cominciare a parlare sulle conseguenze nefaste che hanno avuto in questi anni sulla politica a sinistra nei vari movimenti. Un ulteriore adeguamento alla politica spettacolare, alla ricerca di un consenso quantitativo, ottenuto peraltro con le stesse tecniche del marketing. Il rafforzamento di pratiche verticistiche e violente nei gruppi: chi decide cosa pubblicare su Facebook, chi ha le password, chi amministra i gruppi, chi fa un evento, etc. etc. Si potrebbero fare mille esempi di esperienze politiche arenatesi nell'uso distorto dei propri strumenti di comunicazione, che da semplici strumenti si sono trasformati nel principale, se non unico, momento di attivismo politico.

A inizio anni novanta Gilles Deleuze scriveva nel suo profetico lavoro sulla “società del controllo” che se gli individui non hanno identità fisse allora il lavoro della polizia diventa più difficile. Oggi invece stiamo facendo di tutto per agevolare questo “lavoro della polizia”, inteso in senso lato come il controllo del potere sulle nostre vite. Fa un po' sorridere oggi pensare alla pratica di mettersi un “falso nome” su Facebook. Molte persone si sono anche adeguate quando il social ha chiesto la carta di identità agli iscritti, ma non è neanche questo il punto. Il problema sta nel cominciare a capire che forse, lo dico come ipotesi, uno strumento commerciale così violento, escludente, pervasivo, sia diventato uno dei principali avversari da combattere e non, come invece si pensa diffusamente, uno strumento da attraversare criticamente, utilizzare strumentalmente, piegare alle proprie necessità.

Forse è vero, come scrive Francesca Coin nell'articolo sopra citato riguardo Lanier, che il segreto del grande successo dei social non sta tanto nel rilascio di dopamina e nella dipendenza psicologica nella quale volontariamente ci inseriamo: sta piuttosto nel fatto che desideriamo un posto migliore del mondo di merda in cui viviamo, per cui speriamo che le relazioni e le politiche che costruiamo nei social siano migliori. Posto che questa è una pericolosa illusione, dovremmo allora avere la pazienza e la forza mentale (se ne rimangono ancora a disposizione) non solo di uscire dalla scatola ma di ritessere relazioni positive grazie alle quali non avremo più bisogno di una realtà virtuale. Facile a dirlo, ovviamente, ma mi sembra che oggi il primo passo da fare sia quello di sfumare un poco le identità che ci andiamo costruendo in rete, anche perché stanno diventando una gabbia di narcisismo che non fa più bene veramente a nessuno.

Devuan GNU+Linux 3.0 Beowulf su Lenovo B575e

Ho ereditato questo computer portatile su cui girava Ubuntu, comprato con FreeDOS installato, un Lenovo B575e di quattro cinque anni fa. Ubuntu ormai era abbastanza impallato, ma comunque non lo avrei mai usato e dunque via di distrohopping. Dopo un po' di prove per capire cosa funzionasse e cosa no come hardware, ho scelto di usare Devuan. Qui di seguito metto alcune indicazioni di massima sugli interventi che ho dovuto fare per far andare tutto alla perfezione (o quasi).

Innanzitutto partiamo dalla installazione del sistema operativo. Il cd di ISO è un net-install di Devuan 3.0 Beowulf, che riprende Debian 10 Buster con Sysvinit in luogo di SystemD e di tutto il suo sistema di dipendenze collegato. La prima cosa da fare è collegare il cavo ethernet dal computer al modem perché la scheda wifi non è compatibile. Durante l'installazione ho scelto Xfce come ambiente desktop, considerando anche che è quello di default su Devuan, mentre Debian ormai spinge GNOME, ma anche per scelta perché mi sembra sempre un ottimo compromesso tra leggerezza e strutturazione del desktop. Come init ho selezionato Sysvinit perché rispetto a OpenRC mi sembra molto meglio collaudato su Devuan.

Installato il sistema operativo dobbiamo restare ancora collegati con il cavo ethernet al modem perché si devono fare alcune installazioni per il wifi. Sysvinit parte e ci avvisa di un problema sui driver di grafica Radeon e nel collegamento network, per cui una volta che ci siamo loggati con Slim (che adoro, molto più bello rispetto a lightdm e gli altri, mi riporta a BSD) eccoci dentro Xfce.

Per prima cosa, scelta l'impostazione predefinita del desktop, vado a fare le prime modifiche che faccio sempre con Xfce, ovvero eliminare il pannello in basso (quello con le icone) e spostare quello in alto giù. Altra modifica che mi trovo costretto a fare perché mi dà fastidio è nel gestore delle finestre, togliendo il focus dal semplice scorrimento del mouse. Metto lo sfondo classico del background di Xfce azzurro con il topino al centro e andiamo adesso alle cose serie da fare.

Per prima cosa su pulseaudio dobbiamo fare una modifica: da terminale con l'editor mousepad apriamo /etc/pulse/client.conf.d/00-disable-autospawn.conf e commentiamo #autospawn=no Fatto questo dobbiamo aggiustare anche un dettaglio del Grub che ci riporta ancora a Debian, apriamo con l'editor /etc/os-release e sostituiamo Debian con Devuan. Poi bisogna aggiornare Grub e per farlo apro Synaptic e faccio reinstalla Grub-pc.

Visto che sono in Synaptic devo fare le due-tre installazioni più importanti. Innanzitutto, per far funzionare il wifi cerco Broadcom nella barra di ricerca di Synaptic e installo i vari componenti del firmware necessari tramite broadcom-sta-dkms. La stessa cosa faccio per i driver grafici, cercando Radeon e installando firmware-amd-graphics. Ci siamo quasi, installo i driver per TouchPad Synaptics per il server X.Org tramite xserver-xorg-input-synaptics. Importante pure installare ifupdown2 per quel problema sul network di cui parlavo all'inizio. Ci siamo, abbiamo fatto praticamente tutto, riavvio il computer, metto il click al touchpad e installo i programmi principali che uso in genere.

Avendo fatto una installazione da ISO net-install abbiamo già tutto aggiornato, quindi devo soltanto mettere quello che voglio. Nello specifico c'è già Firefox e quindi gli metto i soliti addons, disable javascript e le impostazioni di privacy restrittive, poi mi scarico Sylpheed come client di mail, poi Gimp, Smplayer, transmission, Audacity, Galculator, e qualche altra cosa, considerando che Libreoffice è già a posto in italiano. Per cambiare la schermata di slim vado su etc/slim.conf e metto default al posto di current theme.

Edit: ho avuto problemi durante l'accensione del computer, prima ancora dell'avvio di GRUB. Provato a risolvere prima con update di initramfs via reinstalla su synaptic e poi con install di dracut.

Spero che queste indicazioni fatte veramente terra terra (per il mio livello di utente GNU molto basic) siano utili a qualcunx.

Cinque milioni e mezzo

Cinque milioni e mezzo è il numero dei bovini presenti attualmente in Italia. Non saprei dire se questa cifra sia grande o piccola, dipende sempre relativamente dalla condizione in cui si trovano questi cinque milioni e mezzo di individui animali, come vivono, dove sono collocati, che futuro avranno a breve etc. etc. Un articolo sul giornale “Domani”, [https://www.editorialedomani.it/fatti/quelle-vacche-invisibili-che-inquinano-pi-dei-tir-e5tgfs39] ci parla di inquinamento, di tonnellate di liquami, di azoto e ci fornisce una serie di cifre per descrivere e quantificare una situazione che però mi sembra non sia affrontata dal punto di vista giusto.

Si parla di sversamenti illeciti, dei 570.643 bovini in 6.697 allevamenti e poi via a parlare di forme di parmigiano e della fine dei pascoli. Stringi stringi, oltre la consueta lettura antropocentrica ed economicistica, arriviamo quindi al punto: “Il fenomeno è invisibile ma enorme: nelle stalle italiane sono reclusi 5,5 milioni di bovini (dati 2019 dell'Associazione italiana allevatori), metà da latte e metà da carne”. I bovini non si vedono perché sono stipati in allevamenti industriali dove sono sfruttati e uccisi con metodo scientifico, in quella immensa catena di s-montaggio che è l'industria della carne o anche quella dell'industria lattero-casearia.

Possiamo quindi pensare a calcolare i numeri di questa industria, parlare dei suoi problemi economici, dell'inquinamento, dei sussidi statali, del numero di umani impiegati negli allevamenti, delle loro condizioni di lavoro e di tante altre cose collegate. Quello che però mi sembra impossibile calcolare, è un numero che racchiuda ed esprima la sofferenza di questi individui e ciò che questa strage può significare per il pianeta in cui viviamo, per la vita su questo pianeta, per noi stessi in quanto abitanti che hanno un legame ed una connessione con gli altri abitanti animali di specie diverse.

Non è un numero che può uscire dalla calcolatrice, a parte il numero degli individui uccisi o sfruttati. Non tutto si può quantificare, ma se non ci interroghiamo allo stesso modo sugli effetti che ha il recidere il legame tra esseri viventi su questo pianeta, tutti gli altri discorsi sull'inquinamento, sull'equità sociale o sindacale, mi sembrano sinistri e beffardi, inquietanti nel loro nascondere la violenza che è in atto in questo momento sotto i nostri occhi. Cinque milioni e mezzo di individui che abbiamo relegato in stato di schiavitù e l'unico rapporto diretto che abbiamo con loro è quello che vediamo sulle nostre tavole, quando troviamo nei piatti, trasformati in “carne” e “cibo” i corpi distrutti di questi animali.

Non sono mai stato una persona particolarmente religiosa e non so in che misura esista un legame tra esseri viventi che vada al di là di un semplice co-abitare lo stesso pianeta, per cui non saprei nemmeno dire quanto questo sterminio deturpi il nostro sviluppo come esseri umani, oltre l'apparenza che ci fa condurre le nostre vite come se niente fosse, come se questo sterminio attuato “per moltiplicazione” non avvenisse sotto il nostro naso. Però mi sembra evidente che tutto il “cervello sociale” o intelletto generale che dir si voglia, l'infosfera, la società nel suo complesso considerata oltre la mera somma dei singoli individui, ne sia trasformata negativamente e compromessa in modo irreparabile.

Vivere in questo oceano di violenza e di sfruttamento è veramente difficile, è una sorta di paradosso. L'unica via d'uscita che vedo è politica, politica nel senso di saper tematizzare questa violenza e fare qualcosa collettivamente per porvi fine una volta per tutte. Solo in questo percorso, che si richiama all'antispecismo, possiamo recuperare un minimo di consapevolezza di quello che corre sotto i nostri occhi e che è difficile anche nominare senza rimanerne annientati.

La sinistra non sarà mai rivoluzionaria

Pur dichiarandosi interna al pensiero marxista, Silvia Federici nel suo “Calibano e la strega” mette in discussione uno dei punti teorici fondamentali del marxismo, quello che (in sintesi) vede il passaggio distruttivo operato dal capitalismo come necessario e propedeutico al trionfo del socialismo, un momento di sviluppo razionale di transizione della società raggiunto attraverso la centralizzazione della produzione. Secondo le parole della stessa Federici:

“Sebbene Marx sia stato acutamente consapevole della brutalità dello sviluppo capitalistico – la sua storia, ha dichiarato, è scritta negli annali dell’umanità con lettere di fuoco e sangue – non c’è dubbio che abbia visto l’avvento del capitalismo come un passaggio necessario nel processo di liberazione dell’umanità. A suo avviso, il capitalismo ha eliminato la piccola proprietà e aumentato (in misura mai eguagliata da nessun altro sistema economico) la capacità produttiva del lavoro, creando così le condizioni materiali per affrancare l’umanità dalla scarsità e dal bisogno. Marx presumeva inoltre che la violenza che ha caratterizzato le prime fasi dell’espansione capitalistica sarebbe diminuita con il maturare dei rapporti capitalistici, quando lo sfruttamento e il disciplinamento del lavoro sarebbero conseguiti all’operare delle leggi economiche (Marx 1867, Libro primo). In questo si sbagliava profondamente. In ogni sua fase, inclusa quella attuale, la globalizzazione dei rapporti capitalistici ha comportato il ritorno degli aspetti più violenti dell’accumulazione originaria, dimostrando che la continua espulsione dei contadini dalla terra, la guerra, il saccheggio su larga scala e il declassamento delle donne sono condizioni necessarie all’esistenza del capitalismo in tutti i tempi”. (S. Federici, “Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria”, Mimesis edizioni, 2004, pagina 12).

Partendo da questa linea teorica che svaluta e silenzia tutto il lavoro operoso fatto dalle comunità delle persone oppresse nel corso della storia, lavoro che viene brutalmente messo da parte una volta che il rullo compressore del capitalismo ha fatto sparire dalla faccia della terra con “lettere di fuoco e sangue” le vite ribelli delle persone oppresse, il marxismo privilegia la sua internità al pensiero hegeliano: si fa infatti una lettura della storia come processo di risoluzione del finito nell’infinito, della formazione dello Stato come il momento più alto della realizzazione dello Spirito, del concetto di totalità che espunge dal sistema ogni pensiero irrazionale (e quindi non reale), una lettura maschile, bianca, occidentale e umana del vero processo storico. Fuori da tutto ciò, le vite, le lotte, le comunità, le pratiche di resistenza delle persone umane oppresse e degli altri animali, vite torturate ed eliminate dal potere capitalistico dello Stato razionale e propedeutico alla realizzazione del socialismo. Una critica del marxismo non può che riprendere queste storie spezzate di chi ha visto la propria vita sacrificata su questo altare del “progresso”. Misconoscendo e fraintendendo completamente come si è formato l’attuale sistema di dominio, sulle spalle di chi si è costruito ed accumulato il capitalismo attuale, il marxismo odierno continua a reputarsi pensiero della totalità quando invece non ha che come misero centro una lettura economicistica (questa sì, totalizzante) delle classi sfruttate, una lettura secondo cui tutte le esperienze e le resistenze piallate e distrutte dal capitalismo non sono che frutto di oppressioni secondarie, al meglio sono delle “doppie oppressioni”, che distraggono da quel percorso storico emancipatore iniziato non dalla resistenza ma paradossalmente proprio dal capitalismo stesso.

Questo è un punto, ma poi ce n’è un altro che forse è ancora più alla radice e riguarda la costruzione stessa del marxismo e del socialismo “scientifico” dentro quel paradigma occidentale che ha creato le scienze sociali completamente interne al pensiero totalitario dello scientismo. Parallelamente allo sviluppo del capitalismo, tutto andava quantificato, espresso numericamente, reso scienza e teoria incontrovertibile. Ricostruendo quello che è il progetto fondamentale della scienza moderna, Pierre Thuillier racconta nel suo libro “Contro lo scientismo” (S-edizioni) questa ossessione per il quantitativo: “la quantificazione è divenuta un’ossessione socioculturale. Gestire le giacenze, verificare le quantità consegnate, calcolare le entrate e le uscite, i guadagni e le perdite, tutto questo è entrato nei ranghi delle competenze che bisognava assolutamente padroneggiare […] C’è stato bisogno che i mercanti acquisissero un grande potere sociale perché la “natura”, infine, diventasse veramente l’oggetto di una fisica degli “scambi razionali”. La nozione di energia riceverà, a sua volta, lo stesso trattamento. Ancora oggi possiamo vedere chiaramente le tracce di questa metafisica da droghiere in un’espressione quale “il bilancio energetico”. (pagine 40-41). L’homo scientificus realizza il suo principio attraverso cui “se si può fare, allora facciamolo”. E così nei report che misurano e quantificano la distruzione del pianeta (deforestazione, allevamenti intensivi, estinzione di specie animali, cambiamento climatico, etc.) possiamo anche leggere quanti miliardi di dollari perdiamo all’anno in seguito a queste catastrofi ben poco “naturali”. Si possono quantificare i ricavati della trasformazione del mondo così come gli effetti della sua completa distruzione. Non è nient’altro che un bilancio economico. Anche se oggi leggiamo interessanti analisi di una corrente di pensiero marxista come quella dell’eco-socialismo, da queste riflessioni mancano quasi sempre tutte le vite delle varie differenti specie animali che popolano questo disgraziato pianeta. La lettura di fondo rimane quella antropocentrica e scientista, per cui la “natura” è un oggetto di studio e trasformazione ad opera dell’uomo, meglio se fatta dal socialismo piuttosto che dal capitalismo, ma sempre oggetto che gli umani modellano a loro piacimento. Anche qui il concetto di totalità è completamente interno ad un pensiero della violenza razionalizzante, un pensiero che resta ancorato alle fondamenta del capitalismo occidentale.

Non individuando correttamente i nemici contro cui combattere, proponendo soluzioni interne al modello di dominio e di sfruttamento oggi esistenti, il marxismo può difficilmente essere usato come uno strumento efficace per una strategia di liberazione. Criticando la sinistra liberale e borghese, riesce facile alla sinistra marxista proporsi come progetto alternativo, ma questa supposta lontananza dagli sgherri difensori della democrazia capitalistica occidentale è solo un’illusione, quando invece si condividono quei presupposti genetici di fondo, dal positivismo allo scientismo, tutti ostacoli ai percorsi di resistenza e liberazione che invece oggi sono ancora in piedi.

“Hai appena cenato e, per quanto scrupolosamente il mattatoio sia celato a chilometri di distanza, la complicità rimane” Ralph Waldo Emerson

Ultimamente sto seguendo con interesse alcuni programmi televisivi di cucina, come “Quattro ristoranti” o “Cuochi d’Italia”, entrambi condotti da Alessandro Borghese. Mi incuriosiscono vari aspetti di queste trasmissioni, a partire dal rapporto che emerge tra la rappresentazione del cibo e lo spettacolo mediatico. Questi due programmi, in uno spettro ideale che possiamo usare per catalogare le trasmissioni di cucina in televisione, si collocano a metà strada tra la leggerezza nazional-popolare di “La prova del cuoco” della Rai e i talent show dedicati al mondo della cucina come “Masterchef”, che di contro presentano un modello di rapporto con il cibo di tipo turbo-capitalista, fondato sulla competizione sfrenata tra cuochi l’un contro l’altro armati nella ricerca del “sogno” caro ai conduttori di questo genere televisivo come Flavio Briatore o Donald Trump. Se in “Quattro ristoranti” c’è una competizione abbastanza blanda tra i ristoratori che si contendono il bonus di 5000 euro che useranno per investire sull’allargamento della cucina del proprio locale oppure (come spesso viene detto dai vincitori) per darli in beneficenza, in “Cuochi d’Italia” la gara è ancora più all’acqua di rose, con un rappresentante per regione che sfida il suo avversario presentando i piatti tipici del territorio, con i due giudici (i simpatici chef Gennaro Esposito e Cristiano Tomei) che danno quasi sempre voti alti alle pietanze preparate e messe in gara. Il contrario esatto di Cracco che in “Masterchef” insulta e umilia il cuoco principiante, urlandogli in faccia di non piangere “come una femmina”.

Questa atmosfera rilassata e armoniosa stona però con un particolare che sfugge ai più, dai telespettatori ai commentatori, che fa parte del modo in cui non percepiamo che quella bistecca che stai mangiando sia stato un essere vivente, torturato, maciullato e poi ucciso. Questo processo rimane occulto, allo stesso modo in cui susciterebbe scandalo gridare durante un pranzo “ehi, nei piatti ci sono degli animali morti!”. Mi piacerebbe segnalare questa triste realtà durante una trasmissione di cucina per scoprirne l’effetto, ma posso ben immaginare le reazioni: Cracco mi punterebbe una pistola contro chiamando il suo collega Cannavacciuolo dicendo “adesso gli diamo una lezione a questo vegano di merda”. “Magari è pure ricchione”. Invece il buon Alessandro Borghese penso che mi farebbe un bel sorriso comprensivo e accondiscendente, ritornando subito a gustarsi la sua coda alla vaccinara o un altro piatto tipico del territorio che “racconta” così bene l’amore per la sua terra. L’altro giorno, seguendo la puntata serale di “Cuochi d’Italia”, l’elefante nella stanza che nessuno vuole vedere ha però fatto improvvisamente capolino, per poi subito ritornare nell’ombra del silenzio specista che imperversa quando si parla di cucina. Un concorrente in gara, mi pare fosse il cuoco che rappresentava la Regione Piemonte, parlava della propria dieta e di come avesse perso ben 30 kg in un solo anno.

Interrogato da Borghese sulla ragione di questa trasformazione, lo chef ha accennato alla sua nuova propensione a mangiare in modo più sano, fino a spingersi al punto che, siccome la sua fidanzata è vegetariana “ogni tanto cuciniamo anche la versione vegetariana della carbonara, mettendo il finocchio al posto del guanciale”. Apriti cielo, il simpatico giudice-chef toscano Cristiano Tomei, pur mantenendo un tono scherzoso, si è alzato in piedi esclamando: “Eh no! La carbonara vegetariana non esiste! O è carbonara o non lo è!”. Detto questo ha fatto finta di abbandonare la trasmissione. Poi è tornato sui suoi passi dicendo “Qua si va a finire come quelli che dicono ti faccio un hamburger di tofu”. Il siparietto si è concluso tra le risate generali e la trasmissione ha continuato tranquillamente a mettere degli animali morti nei piatti che raccontano il territorio.

L’episodio non mi ha certo stupito, perché queste trasmissioni sono la culla dello specismo, per come viene silenziata e trasfigurata in opera d’arte e delizia del palato l’uccisione di animali non umani, però mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto la questione antispecista sia così difficile da affrontare in ogni contesto. Due esempi mi sono venuti in mente. Il primo è il dialogo quotidiano che si ha sul tema con compagni e compagne, magari sui social, che non hanno mai vergogna di lanciarsi in battute “divertenti” contro i vegani. Le stesse persone con cui si condividono varie battaglie di liberazione, poi di fronte allo specismo il meglio che riescono a scrivere è uno sfottò ai vegani che non si mangiano le cose buonissime (che magari raccontano non il territorio ma la propria infanzia oppure semplicemente per loro sono buone al palato) per cui “chiudete internet! Ho appena letto che esistono le scarpe vegane!”. E subito like e condivisioni di profili con la falce e martello nel nickname.

Come se scuoiare e uccidere un animale e poi indossarne la pelle fosse meglio che mungerlo o allevarlo e poi mangiarne un suo prodotto. Apro una parentesi. La cosa che più mi stupisce è come la maggior parte delle persone si industri in mille ragionamenti pseudo-logici e sillogismi da arrampicarsi sugli specchi mentre si sta occultando la questione di fondo: il diretto legame tra lo sfruttamento animale e il nostro consumo, tra la sofferenza di un essere vivente e il nostro piacere. A me una volta hanno chiesto “ma tu vedi un collegamento tra non voler uccidere un animale e il fatto di non volerlo mangiare?”. Non lo so, sarò scemo ma questo nesso lo vedo, altri invece (come quello delle scarpe vegane per cui dovremmo chiudere internet) non li capisco proprio. Chiusa parentesi.

Secondo esempio che volevo fare, a proposito del silenzio che vige sullo specismo anche da parte di chi si dice anticapitalista o comunista, la rivista Jacobin Italia ha affrontato il tema delle trasmissioni televisive di cucina. Il pezzo si chiama “Full Metal Masterchef e lo sfruttamento postfordista” e analizza la ripresa del famoso format tv dal punto di vista dell’immaginario di quella cultura iper-competitiva e turbo-capitalista di cui parlavo sopra: “Oggi ricomincia il talent show culinario di maggiore successo. Analisi di uno spettacolo e della sua funzione ideologica: trasmettere l'etica del lavoro contemporaneo”. Bene, benissimo, sono d’accordo e appunto accennavo a questi fatti anche io, ma c’è un “piccolo” problema: anche in questa visione critica non si vede l’elefante nella stanza, anche qui non si parla di animali morti, di corpi uccisi, smembrati, prodotti, allevati, mangiati, infiocchettati, esposti nello spettacolo televisivo, sublimati come la tradizione e il racconto della propria terra, fatti diventare oggetto di competizione e di godimento per gli umani. Anche qui silenzio.

Qualcuno mi potrebbe dire che questo articolo è scritto nell’ottica di un’analisi sulle trasformazioni del lavoro e del capitalismo, non dello specismo e dello sfruttamento animale. Qui, esattamente qui, invece, è proprio il cuore del problema: non voler vedere come lo sfruttamento degli animali sia al centro del modo di produzione capitalistico mi sembra un’enormità e una svista clamorosa, soprattutto da parte di chi studia in modo critico il sistema. Il nostro è un modo di produzione che si innerva sull’allevamento intensivo, sulla produzione industriale, sull’uccisione e sullo sfruttamento in modo cruento e senza nessun tipo di pietà di miliardi di esseri animali non umani. Questo modo di produzione sta letteralmente soffocando noi e il pianeta in cui viviamo, causando inquinamento e il riscaldamento globale per cui la catastrofe ambientale è già oggi. Però tutto ciò ci sembra ancora secondario, nemmeno gli intellettuali marxisti riescono a cogliere il filo che collega il mattatoio allo spettacolo televisivo del talent show di cucina.

L’altro giorno ho trovato in rete questo film molto diretto, credibile e senza molti fronzoli che mostra in maniera esplicita quello che stiamo facendo agli animali non umani e a noi stessi, si chiama “Dominion” e lo si può vedere gratuitamente online. Cerchiamo di riflettere su queste cose, altrimenti veramente tutte le analisi e le cose che scriviamo sono sullo stesso livello dei meme che dicono “in culo ai vegani!” di cui a questo punto potremmo apprezzare almeno il modo esplicito e diretto con il quale comunicano un pensiero comune e diffuso sempre più di quanto possiamo immaginare.

Un grande ambaradan

Tempo fa mi è capitato di leggere un’intervista fatta al noto imprenditore del settore agro-alimentare italiano Oscar Farinetti, l’ex renzianissimo fondatore di Eataly e poi della fiera bolognese FICO. Alla fine dell’intervista il giornalista chiedeva a Farinetti di riassumere con un solo termine la sua prima grande creatura imprenditoriale, simbolo di un made in Italy incarnato da prodotti alimentari di qualità, un brand pompatissimo dal governo di Matteo Renzi. Farinetti rispondeva così alla domanda: per me Eataly è un grande “ambaradan”. La risposta mi lasciò in un primo momento sconcertato. Mi domandai ma come è possibile che un imprenditore attentissimo alla propria immagine (per giunta un’immagine di “sinistra”) e attorniato chissà da quanti social media manager nella sua azienda abbia potuto associare Eataly ad un termine, ambaradan, che richiama (basta aprire Wikipedia, nemmeno un libro di storia di Del Boca o dei Wu Ming) la strage di 20.000 civili che l’Italia fascista compì nel 1936 usando gas tossici contro gli abitanti della sua colonia abissina, uccidendoli sul massiccio etiope di Amba Aradam? Del resto, quando si parla della storia del colonialismo italiano e dei suoi crimini efferati, la prima parola che salta alla mente è proprio quella di “rimosso”. Nonostante gli studi storici e tutta la documentazione a riguardo, è molto diffusa l’idea che ci sia una rimozione di questi crimini e della natura stessa della dominazione razzista degli italiani, quasi come se fossimo di fronte alla manifestazione di un fenomeno psicoanalitico, di una nazione che rifiuta di riconoscere il proprio passato.

Questo rimosso dall’inconscio collettivo nazionale si accompagna ad una ricostruzione dei fatti storici benevola e tipica di un negazionismo facilone, rappresentato dal motto “italiani brava gente”, fondata sull’idea che il colonialismo italiano sia stato meno efferato di quello di altre nazioni occidentali. Anche un ragazzino delle scuole medie che deve fare una tesina di storia potrebbe però rendersi conto del contrario senza troppi sforzi, comprendendo con un breve giro su internet come il colonialismo italiano sia stato uno dei più violenti della storia contemporanea, che gli italiani furono i primi a usare i gas letali come arma di sterminio di massa, ben prima dei futuri alleati nazisti. C’è dunque da riflettere sulla natura effettiva di questo rimosso: come può persistere nell’immaginario collettivo di una democrazia la sostanziale giustificazione dello sterminio colonialista? Pensiamo a come un personaggio acclamato come Indro Montanelli abbia potuto rivendicare per tutta la sua carriera con tranquillità l’acquisto, tramite la pratica coloniale del “madamato”, di una bambina africana di 12 anni. Eppure, fin dagli anni sessanta (lo si può vedere tranquillamente su YouTube), la scrittrice Elvira Banotti aveva pubblicamente accusato in televisione Montanelli dello stupro della bambina. A quella accusa seguirono le spallucce del famoso giornalista: “Era un animaluccio docile...In Africa è un’altra cosa...”. Penso che la questione della rimozione abbia poco a che vedere con l’inconscio e con discorsi da psicanalisi e sia invece nient’altro che una delle varie espressioni di una dominazione capitalista che persegue ancora oggi determinate oppressioni tra cui quelle della razzializzazione e del dominio occidentale bianco sull’Africa. Di nascosto ormai nell’era di internet e della scolarizzazione di massa c’è ben poco, semplicemente c’è una perpetuazione dei discorsi criminali, razzisti, sessisti, coloniali etc. sotto altre forme. Certe acquisizioni storiche per quanto facilmente rintracciabili sono di fatto occultate per ragioni complesse che attengono alla diffusione delle narrazioni nel contesto dei rapporti di forza esistenti nella società: l’immaginario collettivo è mutevole e dinamico ma è influenzato in particolar modo dal conflitto, ovvero da quanto la voce degli oppressi riesca a farsi largo sulla scena del dibattito pubblico.

Farinetti può certo celebrare involontariamente nel suo straordinario “lapsus” la brutale strage di 20.000 etiopi, ma può anche liberamente presentare come prodotti di eccellenza della gastronomia made in Italy dei corpi smembrati di animali. I tortellini emiliani che compaiono in uno stand gastronomico di FICO non sono altro che il prodotto di una continua strage di suini, una strage ottenuta tramite lo “sterminio per moltiplicazione” che avviene negli allevamenti industriali, sterminio compiuto per soddisfare i banali capricci culinari degli umani. Così come gli etiopi di Amba Aradam non avevano diritto ad essere riconosciuti come esseri umani sullo stesso piano dei loro gasatori fascisti, allo stesso modo i maiali di Modena o Reggio Emilia non hanno diritto ad esistere se non come cibo per altri animali. Se anche sappiamo e vediamo ogni giorno a tavola gli effetti di questo sterminio, esso resta invisibile ai nostri occhi, rimosso dal nostro modo di comprendere la realtà che ci circonda: qualsiasi azione di disvelamento del colonialismo e di ogni tipo di oppressione ha bisogno dell’apparizione sulla scena di un’azione conflittuale, di un soggetto antagonista attivo, che dovrà conquistarsi con fatica il proprio diritto a essere riconosciuto come legittimo.

Nelle narrazioni dominanti c’è sempre una causa superiore da difendere, può essere quella del fascismo oppure quella del cibo che “racconta così bene il territorio”. Gli intellettuali eredi di Montanelli, da Travaglio a Telese, da destra a sinistra, possono invocare la difesa di un “contesto storico da capire” riguardo lo stupro di una bambina da parte del loro mito perché nello scenario attuale il patriarcato e la razzializzazione si esprimono ancora in termini violenti e legittimati: una donna nigeriana può morire nel silenzio tra le mura di un lager per migranti solo perché non ha la cittadinanza italiana, e lo Stato per cui lavorano giornalisti e politici di destra e di sinistra non verrà mai indicato come il responsabile. Insomma, il grande ambaradan continua ogni giorno sotto i nostri occhi: se agli oppressori risulterà ancora semplice nasconderlo e infiocchettarlo per presentarlo come naturale e inevitabile, dal punto di vista degli oppressi qualsiasi decostruzione storica sarà insufficiente se non sarà accompagnata dalla lotta concreta per la liberazione.

lino caetani da Ghinea di marzo 2019 https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-marzo